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Nome: Brian.
Sono uno, nessuno e centomila brianzoli, l'umana quintessenza della brianzolitudine.
Brian's Grandpa Wisdom
BÃ sten tri donn
per fà el mercaa d'Ogionn
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Brianza '29
Zero verde e cento cemento presso
Nova Milanese, Brianza bassa;
questo è tutto in quei palazzi melassa
grigia, appartamenti con doppio cesso
un po’ meno cari di quelli a Bresso
eppure invenduti stante la cassa
vuota in ogni tasca, essendo la grassa
Babilonia ormai finita. Da adesso
in poi si supplisce a pane e cipolle
per nutrire i cellulari, ecco quello
che ci sazierà col poco che bolle
sul fuoco: spaghetti-stringhe e budello
di stivale giù a fatica, nel molle
ventre di noi quieti e in coda al macello.
Alla fine, è il redde rationem nell’immobilare, anche in Brianza. Quanti imprenditori e quante aziendine hanno chiuso baracca, stufi della crisi o pensando di spostare la produzione altrove, per costruire case di pregio dove prima c’erano i capannoni? Per un po’ il giochetto ha funzionato, ma ora il cavallo del mercato delle abitazioni davvero non beve più. E' morto di sete.
Le case in costruzione (che tre o quattro anni fa sarebbero state vendute sulla carta prima ancora del loro completamento) oggi sono lì, ferme a metà cantiere, in attesa di un inesistente proprietario che se le scelga.
D’altra parte era impensabile che, morendo via via le industrie e trasformandosi i suoi tanti lavoratori indigeni in pre-pensionati o operatori del terziario, tutto potesse andare avanti come prima. Qualcuno il pasto lo doveva pagare. Ma fa senso vedere quelle case incompiute, soprattutto nella Brianza bassa.
Monito e memento di un mondo economico, di un modo di fà danèe in fretta coi mattoni che nel Brianzashire forse è finito per sempre.
Proud Brianza
A Imbersago, lungo il fiume Leonardo
ci passò dei mesi pensando a Monna
Lisa e a quale sfondo per quella donna
sulla tela, scelse l'Adda lombardo
nel suo tratto più veloce e bastardo
e il traghetto uscì per caso: in colonna
oggi lo ammiriamo e come una gonna
su due belle gambe non sa lo sguardo
più cosa guardare, il traghetto o il fiume.
E adesso a Imbersago ci sta il Moratti,
ganzo proprietario di quel frantume
di titolo Saras sbragato in Borsa
d'un terzo di botto, noi tumefatti
da scudi bauscia e le palle in morsa.
Ma ci venisse davvero, il grande John Fogerty dei Creedence Clearwater Revival sulle rive brianzole dell’Adda, a comporci una nuova Proud Mary per celebrare degnamente il traghetto di Imbersago. Come se lo avessi ascoltato appena ieri, il refrain di quella canzone con riff gajardo, fatto di soli accordi di chitarra:
Rollin’, rollin',
rollin’ on the river…
Sol / Mi / Sol / Mi / Sol /
Mi / Re / Do / La / Do / La
Aaah, che bella canzone. Sublimi profumi di river e bayou, in quegli accordi immortali.
Sul traghetto di Imbersago forse non ci staranno gamblers, giocatori di dadi o di poker, battone truccatissime pronte a trascinarci nella loro cabina per un paio di verdoni infilati nel reggipetto, oppure bounty killers fianco a fianco di ladri di cavalli inseguiti dai rangers, in fuga verso il New Mexico.
Al massimo potremo scorgerci, sul traghetto di Imbersago, un paio di Fiat Panda o di Duna o di Y10, con pendolari annessi, che lì guadano il fiume al fine di evitare di andare fino al ponte di Brivio o di Paderno d’Adda, per il loro quotidiano passaggio dalla Brianza alla bergamasca (o viceversa) alla maniera di novelli Renzo Tramaglino.
Ma quanti tra quelli che mi leggono lo conoscono, questo traghetto storico? Temo ben pochi. Imbersago è una località mediaticamente condizionata dal Moratti, che sta ad Imbersago come il Berlusca sta ad Arcore. Forse Moratti è un po' più defilato nei confronti dei media, con quella sua villonazza in località Respiro. Il che tuttavia non serve in alcun modo ad evitarvi incursioni di topi d'appartamento, che amano intrufolarsi tra quelle mura convinti di trovarci ogni ben di dio.
Ritorniamo però al fiume, che è l'elemento cruciale del luogo, perchè se è ben vero che l’Adda non è il Mississippi del Fogerty di cui sopra, il progettista del marchingegno che consente di muovere il famoso ecologico traghetto sulle due rive dell’Adda ha un nome illustre, che dico? Illustrissimo. Indovinate chi? Tanto per cambiare, il solito Leonardo da Vinci, al quale l’aria frizzantina di Brianza faceva così bene da portarlo continuamente a sfornarci idee ingegneristiche di eccelsa grandezza.
Perché questo traghetto fluviale, mosso unicamente dalla corrente del fiume Adda, lavora ecologicamente sulla base di un principio tanto banale quanto geniale, invenzione questa paragonabile - per intenderci - a quella del cuneo e della ruota.
Il passaggio da riva a riva col traghetto di Leonardo costa credo un euro: il Caronte che tutti i giorni fa la spola tra le due rive del fiume non fa che girare il timone nel verso della corrente, per far muovere il battello perpendicolarmente alla direzione del fiume.
Il tutto, badate, nel contesto naturale del Parco dell’Adda Nord, che stramerita una gita in rampichino per scendere da Imbersago fino alla centrale di Trezzo (o anche fino a Milano volendo, dal Santuario della Concesa di Trezzo lungo il tratto della Martesana). Per il milanese che volesse farlo senza sobbarcarsi il tratto in salita, suggerisco di mettere la bici sul treno 10757 da Milano Garibaldi a Paderno d'Adda, partenza ore 08:03, arrivo a Paderno ore 08:38.
Da Paderno poi arrivare al fiume sulla sponda lecchese, scendere lungo una ripida erta fino all'alzaia dell'Adda e da lì partire per un mitico viaggio su due ruote lungo un percorso irreale, fatto di anse di fiume, rocce millenarie, nudisti qua e là in una vegetazione lussureggiante che fece da sfondo naturale al ritratto di Monna Lisa e alla Vergine delle Rocce. E scusatemi se è poco.
P.S. Dimenticavo di spiegare il perchè della similitudine delle curve sinuose dell'Adda alle gambe di una bella donna: l'Adda è l'unico tra i grandi fiumi italiani ad essere di genere femminile. Ci sarà un motivo?
Brianza Dinosaur
Resegone, domestica montagna
priva di slancio, alta per le colline
minime brianzole, Alpi vicine
rozza invece ti stimano compagna.
Mediocre sei, comunque ci guadagna
chi è a te commisurato, anche le urine
vincono le tue guglie ottuse, ovine
e la pioggia melmosa che ti bagna.
Basta, guardarti! Sasso regredito
che sbricioli in ghiaioni e ci diffondi
metastasi calcaree, mai granito.
Sei solo specchio ai nostri alibi immondi,
per non guardarci il cuore incancrenito
serriamo gli occhi al marcio di cui grondi.
Il Resegone, icona manzoniana, montagna mediocre del tiepido brianzolo. Per la verità il Resegone non è affatto brianzolo, in quanto si trova immediatamente alla spalle di Lecco. Quindi non ci appartiene, non è cosa nostra. Ma tosto mi viene in soccorso una bellissima nota dello scrittore Luigi Santucci (su un ormai introvabile libro della mia leva, 1961: Brianza e altri amori), riportatami mesi fa dal dotto amico Paolo Pirola di Briosco: questi mi disse che Santucci definì il Resegone montagna totalmente brianzola, quanto meno per diritto di sguardo. Accontentiamoci così.
Diversi sono i punti di vista e le opinioni che riguardano quella cima, multipla giogaia dal profilo indubitabilmente seghettato (da cui il nomen omen), la cui altezza supera a malapena i 1800 metri e che deve la sua fortuna (letteraria e non) al primo capitolo de I Promessi Sposi del don Lisander. Questi il Resegone lo menziona in più punti del romanzo, ma in particolare e soprattutto nella pagina descrittiva che apre la narrazione con il celeberrimo brano "Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti..." e che così prosegue:
«La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l'uno detto di san Martino, l'altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: talché non è chi, al primo vederlo, purché sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune. »
Il Resegone - detto anche monte Serrada - si trova sul confine tra le province di Bergamo e Lecco (Brianza quindi, a rigore, nisba). La sua cima più alta è chiamata Punta Cermenati (una volta detta Punta della Croce). Il nome, come è stato detto e ridetto dal don Lisander e dal sorttoscritto, prende origine dal suo celebre profilo e dall'italianizzazione del termine lombardo resega (sega). Dato che, soprattutto se osservate dalla città di Lecco, da Milano e dalla Brianza, le sue nove punte ricordano proprio la lama di una sega.
Nella nostra letteratura, peraltro, le dotte citazioni non si fermano al Manzoni: il Resegone è più volte menzionato e non sempre adeguatamente. Celeberrima è ad esempio la micidiale topica del Carducci Giosuè che, da maremmano totalmente ignaro della geografia del luogo, fece letteralmente tramontare il sole dietro la sega del Resegone, nella sua Canzone di Legnano - Il Parlamento all'ultimissima ottava (la tredicesima). Finire peggio di così la celebre tirata dell'Alberto da Giussano contro il Barbarossa, credetemi, è davvero impossibile. Ecco i versi incriminati:
«Or ecco,» dice Alberto di Giussano,
«Ecco, io non piango piú. Venne il dí nostro,
O milanesi, e vincere bisogna.
Ecco: io m'asciugo gli occhi, e a te guardando,
O bel sole di Dio, fo sacramento:
Diman la sera i nostri morti avranno
Una dolce novella in purgatorio:
E la rechi pur io!» Ma il popol dice:
«Fia meglio i messi imperïali.» Il sole
Ridea calando dietro il Resegone.
Premesso che per capire cosa dice l'Alberto nel suo vaneggiamento finale si deve rileggere l'ottava almeno tre volte, l’ultimo verso fa inorridire da ormai cinque generazioni qualsiasi abitante del Brianzashire che si vede a ogni giorno di sereno il Resegone là bello fermo sullo sfondo, in direzione nord.
La cosa però non scompose più di tanto il buon Giosuè che, da toscanaccio, non era tenuto a conoscere nei dettagli l’orografia della Lombardia e che, anche quando fu tirato per le orecchie per la sublime cazzata geografica in versi, non ci pensò minimamente a correggere il verso incriminato (poteva semplicemente mettere Monte Rosa al posto di Resegone, nella chiosa finale, ma sarebbe stato banale, e soprattutto ammissione di colpa).
A mio avviso inoltre al Carducci premeva moltissimo far entrare il Resegone in qualche modo tra i suoi versi, memore del già immortale encomio manzoniano a tale montagna di qualche decennio prima. Egli da buon markettaro di se stesso intuiva che la Canzone di Legnano sarebbe stata in quel modo ben più apprezzata dalle decine di migliaia di maestri e maestre delle elementari del Regno, dell'Impero e della Repubblica, che per un secolo avrebbero costretto milioni di incolpevoli studenti a mandarsi a memoria quei martellanti versi. Alzi il dito chi di voi lettori sopra i trent'anni non sa a memoria almeno l'incipit, di quella roboante broda. Sta Federico...
Ma per chi non è lombardo, una spiegazione geografica più chiara dell'errore di Giosuè è d'obbligo: dato che Il Parlamento carducciano è ambientato a Milano, il tramonto del sole dietro il Resegone è in effetti cosa impossibile, dato che il monte è sito a nordest del capoluogo lombardo. Per la cronaca il tramonto del sole dietro il Resegone può avvenire nella Valle Imagna, in bergamasca. O pota!
Un’altra citazione del Resegone, grazie al cielo di maggior caratura, è quella del magno Ing. Carlo Emilio Gadda. Che di quella montagnetta seghettata parla nella Cognizione del Dolore, utilizzando il nome sferragliante tutto sudamericano di Serruchon. Ecco come tratta-maltratta la Brianza resegoniana il nostro divo Ing. Gaddus:
«nell'arrondimento del Serruchón, questo in provincia di Novokomi (...) un villaggio con officina de correos (ufficio postale), telefono, lavatrice, tabacchi, medico condotto, ecc.»
Serruchón sta per Resegone, totem-orografico delle genti del luogo, dallo spagnolo serrucho, sega. Ecco ancora un altro sublime passaggio gaddiano che menziona la nostra pre-apestre cima:
Di ville, di ville!; di villette otto locali doppi servissi, di principesche ville locali quaranta ampio terrazzo sui laghi veduta panoramica del Serruchon ...
La similitudine più bella per il Resegone è comunque sempre sua, del Carlo Emilio, che in altro loco del romanzo così ne parla:
"Il Serruchón, da cui prende nome l'arrondimiento come dal più cospicuo de' suoi rilievi, è una lunga erta montana tutta triangoli e punte, quasi la groppa-minaccia del dinosauro: di levatura pressoché orizzontale salvo il giù e su feroce di quelle cuspidi e relative bocchette, portelli del vento. Parete altissima e grigia incombe improvvisa sull'idillio, con cupi strapiombi: e canaloni, fra le torri, dove si rintanano fredde ombre nell'alba, e vi persistono, coi loro geli, per tutto il primo giro del mattino. Dietro nere cime il sole improvvisamente risfolgora: i suoi raggi si frangono sulla scheggiatura del crinale e se ne diffondono al di qua verso il Prado, scesi a dorare le brume della terra, di cui emergono colline, tra i velati laghi. Qualcosa di simile, per il nome e più per l'aspetto, al manzoniano Resegone. "
Resegone come groppa di un dinosauro, dunque. Bello. E' forse la definizione più originale e sincera questa del Gadda per il suo e nostro amatissimo-odiatissimo monte. Anche perché diversamente, definire quella montagna una “sega” (o peggio ancora una “mezza sega”, visto che ha solo nove denti) non sarebbe nello slang odierno propriamente uno dei migliori complimenti che si possano fare, a una tutto sommato nobile cima delle prealpi orobiche.
Brianza Paal Avenue
Noi non vestivamo alla marinara,
ma alla canottiera bianca dai toni
molto prematuramente marroni
di fango o verdastri d’erba: una chiara
semplice uniforme per la cagnara
di noi ragazzini dai pantaloni
corti con l’elastico su bastioni
vegetali, impavidi in ogni gara
senza rete a chi saliva più in alto,
o in apnea nel lavatoio di corte
con testa gelata, oppure all’assalto
di fortini a frantumarci lo smalto
a sassate dentro assalti alla morte,
rosse le ginocchia e le gambe storte.
Sto invecchiando mica male, se ad ogni giorno che passa diventa sempre più intenso il ricordo dei giochi d’infanzia, che quasi sempre avevano al centro (per noi maschietti, ma anche per tante femminucce) la cosiddetta banda. Banda che indefessa costruiva e ricostruiva fortini nei boschi e si scontrava belluinamente con altre congreghe di ragazzini nei lunghi pomeriggi d’autunno, inverno, primavera o estate (bastava non piovesse troppo e il rendez-vous guerresco nel cortile di una cascina o in un campo o in un bosco del mio paese era assicurato).
Era dunque una piccola Via Paal fatta di tanti piccoli Nemecsek, Boka e altri amici della Società dello Stucco, contro le temutissime Camicie Rosse. E grazie al cielo non so come, per quanto io mi ricordi, senza alcun caso di morte per polmonite o per altri nefasti incidenti, nonostante i sassi in quei pomeriggi volassero numerosi e le frecce e i bastoni appuntiti si librassero rapidi come lippe nell’aria, gli uni contro gli altri.
I miei tre figli queste ludiche occupazioni giovanili - da me a suo tempo assiduamente praticate - non le hanno conosciute affatto. E che ciò sia stato un bene o sia un male, se devo essere sincero, non l’ho ancora deciso.
Brianza Mayflower

Saluto gli amici di Jersey City,
di Plano e di Oakland: tre brianzoli
trapiantati dentro gli Stati Uniti
per amore o per lavoro, figlioli
del Brianzashire chissà come usciti
di cascina per andare là, soli
a scoprire la frontiera dei miti
Yankee americani, cambiando ruoli
e vita - presumo - eppure attaccati
alla patria piccola, al campanile,
agli odori dell'antico fienile
con la vacca, a quell’immenso cortile
da cui si partiva urlanti e sudati
per andare nei verdissimi prati.
E’ da qualche mese che tengo d’occhio gli accessi statunitensi a questo blog e mi ha fatto molto piacere constatare l’affezionata presenza di accessi (oltre che da più grandi megalopoli) da tre piccole città, simbolicamente collocate in ambiti geografici alquanto diversificati: Jersey City sulla costa orientale, Plano nel nord del Texas e Oakland, sulla West Coast, dalle parti di San Francisco. Merita davvero una piccola descrizione, ognuna di queste tre città statunitensi.
Jersey City è capoluogo della Contea di Hudson, nello stato
Oakland, fondata nel 1852, è capoluogo amministrativo della Contea californiana di Alameda. Si trova sulla costa est della baia di San Francisco, annidata contro le colline di Berkeley e toccando cinque dei parchi regionali di East Bay. Coi suoi 411.755 abitanti è la terza città dell'area, dopo San José e Frisco.
E infine
Orbene, da queste tre medio-piccole città americane si registra ogni mese una costante frequentazione verso i lidi della brianzolitudine. Cosa ci sia dietro questa “vicinanza” e frequentazione dagli USA in realtà io lo ignoro completamente. Mi cullo dolcemente nell’idea che tali accessi siano figli di tre brianzoli (o brianzole, ovviamente), dipartiti no si sa come e non si sa quando dalla loro “Piccola Patria” brianzola per cambiar vita, far famiglia e (auguro loro) fortuna negli States. E che vengano qui da me per respirare ancora un po' dell'atmosfera di casa.
Sarebbe davvero bello che questi tre ignoti visitors si rivelassero e ci mandassero un piccolo saluto, raccontando le loro piccole-grandi storie di vita vissuta, dalla Brianza agli USA. E’ un invito che peraltro estendo a tutti gli emigrati brianzoli che stanno fuori d’Italia e che hanno la ventura di finire a curiosare su questo blog. Raccontateci la vostra storia, amici e amiche brianzoli, o mandateci anche solo un piccolo saluto. Sarà davvero graditissimo.
Brianza Thomas Dylan
Nebbie d’ottobre nella cattedrale
del parco: un sole fradicio al mattino
s’ingegna a riscaldarmi, come vino
del Curone, impalpabile o tal quale
la minima polenta senza sale
che ci portava con latte vaccino
in tavola mia madre da bambino,
festeggiando la morte del maiale.
E’ il ventisette, San Frumenzio, il giorno
trecentesimo al nostro calendario,
auguri a Dylan Thomas e buon soggiorno
lassù in cima; qua sotto è autunno incerto,
gonfio di attesa e stipendio precario
mentre novembre s'apre al suo deserto.
La cosa tragica e terribile dello scrivere legandosi al calendario è che ogni scritto invecchia
maledettamente in fretta. Mi ero ispirato a Dylan Thomas, perché - non so come - avevo il 27 ottobre scoperto che era il giorno del suo compleanno. Da qui le quattoridici righe di cui sopra, ispiratemi da illo poeta magno e dalla solita immensa e mistica Cattedrale naturale nel Parco di Monza.
Ma intanto oggi è già novembre, quindi o il sonetto lo tengo a disposizione per il 27 ottobre 2010, o lo spendo ora. A supportarlo, almeno, quella splendida foto di Marsala Florio in esergo, che infiammerebbe anche l’animo di una medusa immersa nelle gelide acque del Segrino.
Che alter dì, se non che l’è la festa de tutt i Sant, e doman l’è la festa dej Mort. Alegher!
Brianza-Giza (where the Aliens came)
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Ancora tra i carpini in val Curone,
tra i boschi di querce e là sopra quelle
colline coi prati magri, sorelle
di pietra piramidi in erosione,
si distingue la cintura di Orione
chiara sui tre colmi, quasi tre stelle
a condurre come neo-caravelle
emule di quella costellazione
alla piana dei cipressi, ai presunti
luoghi di raduno per riti celti
celebrati a tarda sera nei punti
destinati a sacrifici e prescelti
nella notte, i plenilunii sereni,
per quei rendez-vous tra uomini e alieni.
Quando nel 2001 il professor Vincenzo Di Gregorio di Montevecchia scrisse sul proprio sito web che nel parco del Curone, a Montevecchia, era stata riportata su tre colline l’esatta copia delle piramidi di Giza (con medesima forma geometrica, angolazione e reciproco orientamento) scoppiò subito il finimondo: il server che ospitava il sito andò immediatamente in tilt, preso d’assalto da visitatori di tutto il mondo, con più di 20.000 accessi l’ora.
Questo scoop sulle piramidi di Giza in Brianza replicate non si sa come dall’originale in epoche remote, necessariamente con supporto visivo-progettuale dall’alto del cielo e quindi alieno, catapultò l’interesse di ufologi, amanti del mistero e compagnia cantante dalla piana dei faraoni al luogo più suggestivo ed antropicamente antico del Brianzashire: la valle del Curone giustappunto.
In questa zona di Brianza che conta i più antichi insediamenti umani della Lombardia (alla cascina Bagaggera sono stati ritrovati resti dell’uomo di Nehandertal, risalenti a 60.000 ani fa) è quasi certo che 5.000 anni fa si celebrassero riti collegati al ciclo delle costellazioni, simili a quelli celebrati dagli antichi Egizi. E da ciò supporre che qualche astronave, in quell’epoca primordiale della storia umana, sia atterrata per uno o più incontri ravvicinati del terzo tipo, il passo è davvero breve.
La somiglianza indubbiamente colpisce. E’ soprattutto il rilievo aero-fotogrammetrico a lasciare stupiti: come nota il professor Di Gregorio, la disposizione pressoché rettilinea delle tre piramidi brianzole richiama esattamente la disposizione delle tre stelle centrali (la cosiddetta cintura) della costellazione di Orione, replicata nelle ben più celebri piramidi egizie della Piana di Giza, ovvero Cheope, Chefren e Micerino.
Le tre piramidi brianzole sono conformate a gradoni, come quelle sudamericane, ma che siano state fatte così per mere finalità agricole è da escludere, in quanto l’area collinare delle piramidi è sostanzialmente rocciosa e non per nulla denominata prati magri dalla amministrazione del parco del Curone.
L’ipotesi quindi è che tali piramidi, pur ricoperte da sabbia e terriccio povero nel corso dei millenni, siano costituite a livello sottostante da una realizzazione a gradoni in pietra: si tratterebbe quindi di strutture antropiche, artificiali, alte
Le piramidi brianzole sono poste su un asse obliquo da nord-ovest a sud-est, ruotate quindi di 90° in senso orario rispetto alle tre piramidi di Giza, ciò nonostante replicano in proporzione quasi stupefacente la posizione delle tre piramidi egizie e la disposizione siderale delle tre stelle della cintura di Orione: Alnitak, Alnilam e Mintaka.
La prima piramide è quella a sud ed è la più frequentata dal turista di passaggio: è caratterizzata da uno spiazzo sulla sommità con una decina di cipressi innestati sul terreno, a pianta circolare. La seconda, quella centrale, è meglio conosciuta come Belvedere Cereda.
Tale piramide non è praticabile direttamente come la prima, ciò in quanto è proprietà privata e circondata da una palizzata in legno. In ogni caso, anche da lontano la vista di questo cumulo piramidale troppo regolare non può fare a meno di richiamare realizzazioni piramidali umane di altre parti del mondo, come
L’identificazione della terza, più a nord est, è invece meno facile, in quanto ricoperta di bosco di carpini e querce: il rilievo aereo tuttavia consente di posizionare e qualificare questa terza realizzazione piramidale con maggiore precisione e certezza. Va detto che, a differenza delle piramidi egizie, costruite partendo da zero con il contributo del lavoro di secoli di migliaia di scavi grazie all’apporto di enormi pietre, in questo caso le piramidi sarebbero state realizzate partendo da nucleo di pietra già esistente, ed asportando il materiale pietroso in eccesso.
Come si è detto la zona del Parco del Curone, è – con la Valcamonica - il sito archeologico più antico dell’intera Lombardia. Il professor Di Gregorio ha ipotizzato una datazione relativa, indicando un periodo compreso tra i 4000 e i 5000 anni fa Alcune scoperte ipotizzano l'ingresso nella pianura padana, nel
Ma vi vedo che state sorridendo, scuotendo scetticamente
Per parte mia, dico che la forma di almeno la seconda piramide è davvero inquietante per precisione e regolarità geometrica, essa lascia indubitabilmente pensare alle piramidi a pianta quadrata della piana di Giza: l’angolo di attacco dalla base è il medesimo, 43 gradi con errore di solo mezzo grado.
Inoltre, la somiglianza con la cintura della costellazione di Orione delle tre piramidi brianzole è parimenti impressionante, come potete osservare dalle foto sopra. Per chi non lo sapesse, la costellazione di Orione (la più bella tra le costellazioni boreali), illumina le limpide notti di inverno con quella forma riconoscibilissima, a stilizzare il mitico alto e bel cacciatore Orione che andava tutti i giorni a fare il bagno ai limiti dell’oceano. A farci l’amore con Eos la dea dell’Aurora, la quale dopo aver aperto con le sue cerulee dita le tende del mattino al carro del sole non aveva più nulla da fare per tutto il giorno. Eos era perdutamente innamorata di Orione, e proprio per questo l’incolpevole cacciatore venne ucciso con una freccia d’argento scoccata dalla gelosa Diana, salvo poi essere da Giove assunto nella volta celeste come costellazione con spada, cintura e cane (
Ma non divaghiamo mitologicamente e restiamo alla geografia astronomica. Nella costellazione di Orione è ben evidente uno dei più originali asterismi del cielo stellato, quelle tre stelle della cintura che sono pressoché allineate. Tale originale disposizione stellare dovette colpire molto gli antichi abitatori umani della Brianza, che poi abbiano deciso di replicarla sulle tre colline da soli o con supporto marziano, insomma, giudicatevelo da soli.
Me li immagino quei rendez-vous tra umani brianzoli e alieni, quale sarà stata l’interazione comunicativa e l’ospitalità reciproca? Pranzi a base di salame Brianza e caprini di Montevecchia, vino rosso pincianell a fiumi, danze attorno al falò in cascina Bagaggera o in località Spiazzo e poi magari amoreggiamenti giù nel bosco della val Curone, nelle notti di luna piena. A generare la razza brianzola, i marziani lavoratori dell’Esperia-Italia di oggi, alieni che sono ancora tra noi.
Credits: Marsala Florio, www.google.it
Brianza3
E ve raccomandi la mia baracca...
Le ultime parole prima del niente
o del tutto, dell’eterno presente
dove (se c’è un Dio) ci sta certamente
lui, don Carlo Gnocchi convalescente
trapiantato a Montesiro, una vacca
per campare e freddo boia che spacca
le vertebre in Russia dentro la sacca,
salvo per il bavero della giacca
con la guerra eterna che non si stacca
da lui, in ogni orfano sofferente
mutilato, o che non vede o non sente;
ma è l’ora di andarsene: addio tenente,
ghe pensarèmm nunch, a la toa baracca.
Quando mi chiedono chi rappresenti meglio lo spirito più genuino della brianzolitudine, la risposta è sempre la stessa: don Carlo Gnocchi, nella mia fantasia lo skipper ideale di una ipotetica “Brianza Cube” che partecipi alle regate della America’s Cup.
Prete e uomo unico, don Carlo Gnocchi, cocktail irripetibile e shakerata in parti uguali di don Camillo di Guareschi, don Giovanni Bosco e don Verzee dell’ospedale San Raffaele di Milano, con in più una spruzzata di carattere pragmatico-imprenditoriale tipico della Brianza contadina più schietta. Non per nulla Carlo Maria Martini lo definì imprenditore della carità, e credo che questa sia forse la sua definizione più azzeccata.
Ora Don Gnocchi va finalmente verso gli altari. Chi avesse tempo, domenica prossima 25 ottobre, lo tenga da parte e lo utilizzi per scendere a Milano in piazza Duomo, a presenziare alla solenne cerimonia di beatificazione che si terrà alle ore 10:00, presente il nostro brianzolissimo Cardinale Tettamanzi.
È l’ultima tappa del processo avviato oltre 22 anni fa dall’allora Arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini. La beatificazione fa seguito all’annuncio con cui il Papa, lo scorso gennaio, ha fatto pubblicare: un decreto che attribuisce all’intercessione di don Gnocchi il miracolo che ha visto protagonista, il 17 agosto 1979, un alpino elettricista di Villa d’Adda (Bg) incredibilmente sopravvissuto a una mortale scarica elettrica.
La cerimonia sarà preceduta, nella serata di sabato 24 ottobre (alle ore 21), da una veglia di preghiera nella chiesa di Santo Stefano (piazza Santo Stefano), presieduta dal Vicario Generale della diocesi ambrosiana, monsignor Carlo Redaelli. L’urna con il corpo di don Gnocchi arriverà nel tardo pomeriggio nella chiesa di San Bernardino alle Ossa (sempre in piazza Santo Stefano), la stessa che accolse la camera ardente in occasione dei funerali, celebrati il 1° marzo 1956 dall’Arcivescovo Giovanni Battista Montini. Da qui, domenica mattina, alle ore 9, muoverà il corteo che porterà l’urna sul sagrato del Duomo. Hanno già richiesto il pass per la partecipazione alla celebrazione in piazza Duomo circa 40 mila fedeli.
La baracca di Don Gnocchi è quella della Pro-Juventute, opera assistenziale per la gioventù mutilata, da lui fondata nel 1945 dopo aver visto in presa diretta gli orrori della guerra e soprattutto i suoi effetti sui bambini, innocenti martiri di quel conflitto militare. Inaugurato il primo istituto ad Arosio nel 1945, don Gnocchi dovette ben presto espanderlo con altre sedi su tutto il territorio italiano, perché gli orrori e gli strascichi del conflitto erano ovunque.
A spingere Don Gnocchi a creare il suo istituto Pro-Juventute in soccorso ai bambini mutilati (oggi ribattezzato Fondazione Don Gnocchi) credo sia stato soprattutto l’avere visto – come disse esplicitamente - l’uomo nudo, sfrondato da ogni orpello e sovrastruttura nelle drammatiche giornate della ritirata di Russia.
Osservare in quella rotta militare quanta poca distanza in realtà ci fosse tra l’uomo e la bestia e nonostante ciò l’esistenza di momenti di carità e generosità (lui stesso si salvò per miracolo, raccolto semi-congelato su una slitta in fuga da Nikolajevka) lo avrà convinto della necessità di ridare all’Uomo con la maiuscola un minimo di etica dignità, attraverso il gratuito gesto della carità.
Don Gnocchi – è giusto essere sinceri – non era brianzolo per origini (era nato a San Colombano al Lambro), ma lo divenne senz’altro per adozione a furor di popolo: giunse infatti giovanissimo in Brianza (a Montesiro, frazione di Besana) a causa di una malattia che lo costrinse qui a lunghi periodi di convalescenza presso una sua zia, in compagnia della madre rimasta vedova.
Proprio a Montesiro, don Carlo celebrò la sua prima Messa e si fece notare subito per il suo carisma
di trascinatore, essendo qui per alcuni anni prete coadiutore di quella parrocchia.
Poi la guerra, in Albania e in Russia, il ritorno fortunoso a casa e tutto il resto che ho già detto sopra. Don Gnocchi morì di tumore nel 1956 e la sua morte generò grande eco in tutta l’Italia, che vide in lui il martire simbolo che riscattava il Paese dagli orrori del conflitto mondiale. Anche il suo ultimo gesto di carità (donare le sue cornee in punto di morte, in un momento in cui in Italia il trapianto degli organi era ancora illegale) fece scalpore e contribuì alla nascita - a poche settimane dalla sua morte - di una legge ad hoc che disciplinasse le donazioni di organi.
Percorrendo la strada che da Montesiro porta a Casatenovo, si incontra quasi subito sulla sinistra una lapide mezzo sbiadita sul muro di una cascina senza troppi fronzoli. Non so quanti - passando per questa strada – la notino e si rendano conto di quale figura carismatica sia lungamente vissuta proprio lì, tra quelle quattro mura.
Mi viene in mente la casa natale di Giuseppe Verdi, a Busseto, una vecchia cascina tenuta come un cimelio raro, a dimostrare quali rose possano nascere dal fango popolare. Ecco, da brianzolo mi piacerebbe qualcosa di simile per la casa brianzola di don Carlo Gnocchi, visto quanto ha dato agli italiani nel secondo dopoguerra.
E’ forse chiedere troppo?
Brianza Fool on the Hill

L'elogio all'Elogio della Follia
Del nostro Presidente del Consiglio
M'induce a seguire anch’io Bianconiglio
Con Alice, perché nella pazzia
Ci si sente più leggeri e va via
Ogni grumo di anoressia, ogni appiglio
Alla rogna quotidiana: un bel giglio
L’animo diventa e un’Ave Maria
Eterna è il pensiero che in mezzo ai Gloria
Si perde, siccome canto d’uccello
Che si spande in laudi e serenate,
Grullo come un asinello di noria,
Sempre in giro in girotondo a Limbiate
Nel regno dei matti, in villa a Mombello.
Il Bianconiglio, nel libro di Lewis Carrol Alice in Wonderland, rappresenta l'elemento della follia, nella storia e nella vita. Nel film The Matrix, il protagonista Neo viene incoraggiato dal suo computer a Seguire il Bianconiglio, pochi secondi prima che una ragazza con un tatuaggio ritraente un coniglio bianco bussi alla sua porta. Nella retorica odierna l'immagine del coniglio bianco sta ad indicare un evento inaspettato che porta alla comprensione di una realtà superiore, scardinando in un sol colpo le convinzioni di una vita.
Seguire il coniglio bianco vuol dire fare attenzione a piccoli eventi apparentemente insignificanti. Come Alice appena addormentata si accorse di un coniglio in panciotto che correva con un orologio in mano e non si sorprese ma lo seguì incuriosita, così chiunque si incuriosisce alle stranezze delle novità può essere lettteralmente trasportato in un altro Paese delle Meraviglie.
Si fa dunque oggi un piccolo-grande viaggio nella follia. No, non vi porto a Rotterdam, e men che meno ad Arcore. Da brianzolo, però, di certo vi conduco in Brianza, in un luogo dove la Storia e la Follia si sono continuamente sovrapposte, a dimostrare che l’una e l’altra cosa si incrociano assai più spesso di quanto non si creda.
Quindi seguiamo il Bianconiglio, che ci porta di corsa e senza indugio a Limbiate, località Mombello: in Villa Pusterla–Crivelli. È questa villa uno dei luoghi che più hanno segnato la storia dell’Italia moderna: il motivo è semplice, quando Napoleone Bonaparte scese in Italia, egli la scelse come suo quartier generale, preferendola ad altre ville milanesi e alla Villa Reale di Monza.
All'interno di questa villa di delizia furono prese importanti decisioni storiche come la creazione della
Repubblica Cisalpina, la fine della Repubblica di Venezia, la caduta di Genova e furono preparate le basi per il trattato di Campoformio. I miei tanti amici del Triveneto e della Dalmazia, che piangono e si lamentano di aver perso la loro piccola-grande patria Serenissima (la lista è lunga: va da Ugo Foscolo ad Anna Setari) sanno dunque ora che alla causa di tutto furono i pensieri concepiti dal grand-fou Napoleone Bonaparte in questa superba villa brianzola.
In essa poi, vero centro di pazzia umana, si celebrò quella che molti definiscono la follia suprema: il matrimonio. Il 14 giugno del 1797, nella cappella privata, fu celebrato il coniugio tra Paolina Bonaparte ed il generale Leclerc.
Villa Pusterla-Crivelli si presenta con una forma a ferro di cavallo, con la facciata, ornata da due semi torri, rivolta a levante. La costruzione risale al XIV secolo per volere dei Pusterla che la utilizzavano come dimora suburbana. L'aspetto della villa in quel tempo erano quelle
di una fortezza-palazzo dalla forma quadrata: gli edifici, molto semplici, occupavano i quattro lati lungo una corte chiusa e un bastione la recingeva. Si pensa anche che fosse molto più antica, risalente addirittura al medioevo, come risulterebbe dalle indagini svolte dall’ingegner Quarantini per conto della famiglia Crivelli: egli riconobbe antichi locali posti nel palazzo (dispense, cucina e cantine sotterranee) che erano preesistenti ai lavori svolti nel ‘500 dalla famiglia Arconati.
Napoleone fece celebrare il matrimonio di entrambe le sue sorelle Elisa e Paolina nell’oratorio dei Crivelli, l’oratorio dedicato a San Francesco. In questo periodo Mombello ospitò anche Giovanni Gros, autore del primo grande ritratto di Napoleone, esposto nella Villa.
Ma che c’entrano in realtà i matti, con questa villa e soprattutto con Mombello? Perché in Brianza come a Milano, dire Và a Mombell a qualcuno significa dargli del matto. Un po' di pazienza, adesso ai matti veri di Mombello ci arriviamo.
Nel corso del XIX secolo la villa rimase in stato di abbandono, sino a quando il comune di Milano nel 1863 acquistò Villa Pusterla-Crivelli per utilizzarla come manicomio, apportando alla struttura della
villa numerose e depauperanti modifiche. La villa fu dunque utilizzata come manicomio sino alla Legge Basaglia. Il manicomio di Mombello è il punto di arrivo di De là del mur, un poemetto del grande poeta meneghino Delio Tessa, forse il più grande poeta dialettale del ‘900. Seguiamo dunque ancora il veloce Bianconiglio e facciamo una piccola digressione su Delio Tessa.
Milanese DOC, Delio era attratto dal manicomio brianzolo di Mombello, come luogo metaforico dove i matti stavano fuori, e non dentro il muro.
Nei componimenti di Delio Tessa è spesso presente il tema della morte e il loro contenuto è spesso pervaso da un pessimismo che in parte ha matrici culturali (la Scapigliatura lombarda, ma anche il Decadentismo francese, per arrivare a una particolare forma di espressionismo). La personalità di Tessa – segnata dai lutti della Prima Guerra Mondiale - è dominata da un senso di sfiducia negli uomini e nelle loro istituzioni, dalla perdita della fede e dalla consapevolezza di un destino duro ed inflessibile. Questa percezione inquieta della realtà è rivelata dalla tensione cui egli sottopone il linguaggio. Il dialetto perde così la sua connotazione di lingua parlata dalla gente comune e le parole sono sottoposte ad un processo di frammentazione e usate senza apparente connessione logica.
Eccovi un assaggio del suo viaggio peregrinante da Milano a Mombello, per finire là fuori dal muro del manicomio a (s)ragionare:
Mombell...
...Che strano effett
me fan certi paroll!...
...tra capp e coll
piómben e m'insarzissen lor!
Per di or e di or
qui calavròn che ronza
régnen in del cozzon
tant che m'insormentissen...
nivol... fantasma... nebbi... sit...
omen... ideij... on mond,
mi disariss ch'intorna
tutt on mond ghe se forma,
rimm ghe resónen... vuna
la ciama l'altra a campana e via
via te filet via
- vol de la fantasia! - ...
...Mombell!...
...Mombell!...
dilla... redilla
quella parola lì
e poeu tórnela a dì
e allora... te cominciet
a s'ciariss... a capì...
Belli, forti, quasi ipnotici questi versi. Ma è ora di chiudere questa piccola digressione tessiana col Bianconiglio, fine con questo frammento del grande Elogio (di un luogo) della Follia del grande poeta Delio Tessa.
Driiin, driiin; suona la sveglia, fine del sogno. Ora Bianconiglio ritorna saltellando a Villa Pusterla-Crivelli: il viaggio si conclude e si torna mestamente all’oggi, alla grigia realtà del XXI secolo. Bianconiglio si rintana sotto l’edificio dell’ex manicomio di Mombello, che è diventato sede dell’Istituto Tecnico Agrario Statale Luigi Castiglioni. Il nome gli deriva dall’illuminista italiano omonimo, che abitò la villa per un breve periodo durante la seconda metà del ‘700 e ne utilizzò il parco per i suoi studi botanici, per i quali fu premiato da Napoleone.
La villa di recente è stata restaurata negli esterni; mantiene a grandi linee i caratteri barocchi e neoclassici apportati dai Crivelli, la chiesa di San Francesco oggi non è più collegata al palazzo, se non tramite i sotterranei, che sono la parte più antica dell’edificio, dove vi sono resti delle scale che scendevano la collina prima delle attuali terrazze. All’interno l’edificio conserva due affreschi e varie decorazioni che tuttora testimoniano l’importanza della villa e la sua passata bellezza, come ad esempio lo scalone d’onore.
Credits: Wikipedia
Brianza Apparition
Si fa sera alla Madonna del Sasso;
mentre l’acqua sgocciola quasi secca
cuociono castagne lesse giù in basso
a Cagliano all’osteria e la busecca
nutre un commensale dentro a far chiasso,
vociante e ridente quando si lecca
le sue dita intinte in foiolo grasso,
trippa e vino buono: sotto è la Mecca
per golosi, ma là in alto l’istante
si fa eterno, sabbia densa, infinito
sedimento quasi pietra per piante
magre sul costone, accanto al detrito
di cere disperse con esitante
zelo dalla mano che lo ha pulito.
Piccolo intervallo: sedetevi e rilassatevi un attimo, è un post bucolico-gastronomico-turistico questo. Ogni tant el ghe voeur. Con queste splendide e freddolose giornate di metà Ottobre, è immancabile il giretto-passeggiata-pedalata-castagnata su per la Brianza Alta lecchese. Nevvero, amici-nemici-amici milanesi?
E quale meta migliore per far queste cose ottobrine che il costone meridionale sulle alture di Colle Brianza? Oggi dunque vi porto a far castagne e mangiar trippa o cassoeula a Cagliano e poi (o se volete, prima) all'eremo di San Genesio e al villaggio rurale di Campsirago. Ma prima ancora, occorre visita devota e paolotta al Santuario della Madonna del Sasso.
Il Santuario della Madonna del Sasso,
A Colle Brianza, località Cagliano, il Santuario venne eretto nel secolo XIX per ricordare l'apparizione della Santa Vergine il 23 Luglio 1657 alla signora Giovanna Fumagalli, sopra un grosso masso. La Madonna le apparve per ben tre volte nella cosiddetta Valle dei Sapelli, e successivamente operò prodigiose guarigioni nel luogo, registrate nell'archivio parrocchiale di Giovenzana.
Il piccolo edificio ha una struttura alquanto semplice, al termine di una lunga scalinata che si diparte dalla strada che da Cagliano porta a Campsirago. Secondo la tradizione, la Madonna apparendo alla signora Fumagalli lasciò l’impronta di un piede sopra un sasso tuttora visibile e che ha dato origine alla denominazione.
L’ex-monastero di San Genesio.
Ai tempi degli antichi romani, il boscoso monte del San Genesio era secondo alcune fonti dedicato alla divinità pagana del dio Giano bifronte. Probabilmente già allora un tempietto o un’ara a lui dedicati sul culmine dell’alto colle dava a quei luoghi solitari un'aura di sacralità.
Cappella Sancti Genexi in monte Soma: è questa la prima citazione del luogo sacro in un documento notarile che risale al 950. Già allora quindi le vestigia pagane erano state del tutto sostituite da un primo presidio cristiano. Probabilmente già in epoca proto-cristiana i fedeli di quella nuova religione, per cancellare il ricordo delle antiche credenze pagane, costruirono in posizione elevata una originaria costruzione dedicata a San Genesio.
Nel 1592 questo tempio medioevale e le sue adiacenze furono passate sotto la giurisdizione dell’ordine agostiniano, che lo abitò fino al 1770. In seguito esso fu da questi ultimi abbandonato, anche a causa delle pesanti limitazioni teresiane e poi alle soppressioni dell’epoca napoleonica. Dal 1863 al 1938 ritornò sul posto a ripopolarlo una comunità di frati camaldolesi la quale, oltre a riattivare il luogo di culto, vi costruì la chiesa e l'attiguo convento.
I frati camaldolesi in questo luogo solitario conducevano una vita davvero eremitica, lontano da quella civiltà che pur stava sotto di loro a pochi chilometri di distanza, dediti alla preghiera, alla riflessione e al lavoro, secondo i dettami della loro regola.
Possiamo immaginare in questo luogo, totalmente immerso nei boschi di castagni e querce la sensazione di quiete e di raccoglimento di allora, cha attorno alle mura abbandonate del convento pare ancora oggi quasi materializzarsi. La natura e l’arte sembrano volerci raccontare in questo paesaggio le storie passate di quegli uomini in preghiera e in raccoglimento spirituale. La visita del luogo attualmente è pressoché impossibile, sarebbe viceversa magnifico se si riuscisse a riattivarne la funzione con magari fini di turismo religioso, vista la posizione elevata che lo rende visibile nelle giornate limpide anche dalla bassa pianura e dal milanese.
Il Borgo di Cagliano
Splendida localita-frazione di Colle Brianza, tutta esposta a sud, deve il nome presumibilmente a una’rigine latina, presumibilmente derivante da "Callis Ianus" Ossia "strada pedonale per il tempio di Giano" (situato in epoca romana sul colle S. Genesio). Era stato forse pensato come centro per ospitare guarnigioni che controllassero la vallata sottostante. Rapido e veloce doveva così essere il collegamento con altre fortezze. Da vedere acagliano: la Chiesa di S. Materno è probabilmente del XVI secolo. Da notare alcune cascine di varie epoche abbastanza ben conservate. Su una di queste si può osservare una bellissima edicola delle Madonna. Mangiate semplicemente imperdibili a base di cucina locale (specialmente in questo periodo) all’osteria della frazione: Pizzagalli Alberta Via Giulio Cesare, tel. 0399260025
Il borgo di Campsirago
Causa la recente ri-urbanizzazione di questo piccolo nucleo agricolo d’alta collina, che ha determinato l’avvento della luce elettrica e una assai migliorata accessibilità stradale, l’aspetto di nucleo rurale ottocentesco che il borgo di Campsirago aveva solo pochi decenni fa è stato purtroppo (grazie al cielo, soltanto parzialmente) perso. Quel che resta pur tuttavia ha almeno il pregio di farci ricordare quale fosse la vita agricola in questo luogo magico, forse non un alpeggio di alta quota, ma comunque così isolato da consentire una vita rurale e umana autarchica, con scarsi contatti con l’esterno.
Dal nome originario latino Campi Sirati, ossia terreni coltivati e dotati di silos, s’intuisce molto facilmente come sia più che millenaria la tradizione agricola di questo centro. Molto probabilmente la piccola comunità che là vi risiedeva conservava i cibi e raccolti in questi depositi (forse anche sotterranei) e poteva così essere autosufficiente in tutte le sue necessità, anche durante la gelida stagione invernale. Più recentemente, da parecchi anni durante il periodo estivo si svolge tra le mura di queste costruzioni un'importante manifestazione teatrale di alto livello artistico.
Un’analisi della tipologia costruttiva del borgo fa risalire le costruzioni abitative al XIV - XV secolo con alcuni edifici forse ancora antecedenti di epoca altomedioevale. Non può sfuggire all'attenzione del pellegrino uno stupendo portale in pietra con arco a tutto sesto, sopra visibile in fotografia. All'incirca dello stesso periodo medioevale è la chiesa dedicata a San Gaetano, attualmente purtroppo in stato di avanzato degrado e forse ormai del tutto irrecuperabile.
Brianza Braveheart
Mi sovvien la Compagnia della Morte,
novecento uomini a viso aperto
intorno al Carroccio – il coraggio offerto
al Comune e a Dio – per fare da coorte,
difendere l’ultima piazzaforte
della Lega producendo il deserto
nell’esercito nemico, e l’Alberto
da Giussano mi sovvien, uomo forte,
leggenda al comando di quegli eroi
nella piana di Legnano a sputare
sangue per far vincere la sua Hanoi
lombarda, per vincere e sbaragliare
Freddy il Barbarossa crucco fuggente
e Barozzi, il traditore fetente.
Che la figura di Alberto da Giussano (fulgida e in realtà mitica del basso Medioevo) sia vera o legata alla fantasia a me in verità non importa molto, ma a qualcuno la cosa pesa assai. Quando lo dico ai miei amici leghisti, che l’Alberto da Giussano brianzolo da loro idealizzato con ferrea spada sguainata al 99,99% non è mai esistito, vedo le loro mascelle cadere a terra per l’incredulità, salvo qualcuno che reagisce scompostamente e mi apostrofa in malo modo, dandomi del traditore romano.
Eppure è proprio così e parafrasando shakespearianamente il traditore Bruto vi dico: Amici, concittadini padani, fatevene una ragione. La figura di Alberto da Giussano è stata quasi sicuramente inventata di sana pianta dal frate Galvano Fiamma che, attorno al 1450, scrisse le vicende della Lega Lombarda contro l’Impero inserendovi questo personaggio brianzolo senza macchia e senza paura, vero Braveheart de noantri, messo forse lì per compiacere Galeazzo Visconti nella storia del Comune di Milano, con toni da viva epopea.
Altre testimonianze storiche su Alberto non sussistono (e la cosa in effetti puzza assai), eppure la storia di quell’Albertone con spada sguainata nella mente dei simpatizzanti leghisti è più solida e reale delle mura del Duomo di Milano. Tanto può, una storia scritta bene!
Anche la figura del traditore del Comune di Milano, il Siniscalco Barozzi, è più da ascrivere alla leggenda che alla realtà. Detto questo, ben vera invece era la Compagnia della Morte, una specie di corpo dei Marines milanese creato per disporre di truppe da battaglia efficaci in grado di competere con le truppe imperiali germaniche.
La leggenda vuole che la Compagnia sia stata creata e capitanata dal nostro A.d.G. ma, sia esistito o meno quest’ultimo, quella legione milanese ebbe parte importante nella vittoria “miracolosa” della battaglia di Legnano: Comune di Milano contro Sacro Romano Impero, vittoria davvero all’ultimo minuto.
Tale battaglia, avvenuta il 29 maggio 1176, si scatenò quasi per caso. Sebbene sapessero della presenza del nemico, i due eserciti si incontrarono senza avere il tempo di pianificare alcuna strategia. Infatti furono le due avanguardie di fanti a incontrarsi e a iniziare lo scontro. 700 fanti della Lega Lombarda, in maggioranza truppe provenienti proprio da Legnano, si trovarono ad affrontare 300 fanti imperiali.
La battaglia durò una ventina di minuti fino a quando l'imperatore Federico Barbarossa non sopraggiunse coi suoi cavalieri e caricò i lombardi, che si trovarono costretti a raggrupparsi attorno al carroccio. Sotto la bandiera della loro coalizione, questi soldati in inferiorità numerica e stanchi resistettero contro un esercito riposato, superiore e per di più a cavallo. Anche questo è un caso rarissimo nelle battaglie medioevali, dove di solito la cavalleria aveva facile ragione di truppe appiedate.
Fra i motivi di questa resistenza che ha davvero del miracoloso valse probabilmente la convinzione dei lombardi nel combattere per la loro libertà ma soprattutto il fatto che gli eventi della battaglia li portarono a raggrupparsi proprio sotto il loro simbolo. Sul carroccio si trovava infatti lo stendardo e la croce di Ariberto d'Intimiano che infuse morale a questi fanti e permise loro di resistere eroicamente fino all'arrivo dei rinforzi, ma oltre a ciò, proprio per stare attorno al carro (che era un carro molto grande dal quale i comandanti impartivano gli ordini) i fanti lombardi formarono inavvertitamente quello che si definisce uno schiltron, ovvero una formazione di lancieri in cerchio, che replica un po' la stessa formazione che assumono i buoi quando sono in branco e si trovano aggrediti dai lupi. Le lance, tutte rivolte all'esterno, furono sicuramente le prime responsabili della vittoria lombarda.
Per tutti questi motivi i fanti lombardi resistettero valorosamente fino a quando alcuni fanti milanesi fuggiti durante la carica della cavalleria imperiale raggiunsero Milano ed avvisarono la cavalleria lombarda della battaglia.
Alla testa della cavalleria lombarda si trovava la Compagnia della Morte, gruppo di cavalieri scelti che avevano giurato di proteggere il proprio comandante fino alla morte appunto, i quali diressero la carica finale contro l'esercito imperiale, che venne messo in rotta con il suo imperatore che, disarcionato, si trovò a dover fuggire ignominiosamente a piedi.
Una leggenda popolare narra che ai quei tempi una galleria sotterranea metteva in comunicazione San Giorgio su Legnano al Castello di Legnano, e che per questo cunicolo l'Imperatore Federico I Barbarossa riuscì a fuggire ed a salvarsi dopo la disfatta nella famosa battaglia.
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Brianza Heretics
Catari, Albigesi o Perfetti (o come
diavolo vorrete chiamarli) è il nome
di quell’eresia che sostenne il prezzo
terribile di un martirio nel mezzo
deila Linguadoca occitana, e il pezzo
più duro dei loro era a Concorezzo
centro della setta: cervello e addome,
cuore e braccio armato d’armi mai dome
contro l’alta inquisizione padana
del domenicano arrabbiato Pietro
da Verona, ucciso a metà mattina
lungo la foresta tra Barlassina
e il Seveso con roncolata dietro
la schiena, invocando clemenza umana.
Ho parlato un bel po’ di mesi fa di una eresia tutta brianzola, quella dei Patàri, nata e morta nello spazio dell’undicesimo secolo. Parlerò ora di una quasi omonima e ben più celebre eresia, quella dei Càtari o Albigesi, sorta un paio di secoli dopo.
Quest'eresia, come vedremo, ha molto a che fare con la Brianza, anche se è più ricordata per
quella città francese di Alby e la relativa tremenda crociata-genocidio nel sud della Francia pirenaica (o Occitania). Fu questa una delle pagine più nere del papato: ordinata da Innocenzo III, l'eresia catara diede anche lo spunto per la nascita della famigerata Inquisizione.
A mò di esempio di cronaca di quel tremendo eccidio, il cronista cistercense Cesario di Heisterbach riportò che - durante il massacro dei 20.000 abitanti della catara città pirenaica di Béziers - alcuni Catari trovarono rifugio con dei Cattolici in una chiesa. Il legato pontificio Arnaud Amaury, non potendo distinguere gli eretici ma risoluto a non porre fine al massacro, ordinò quindi: Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi! Non male come criterio di giustizia, vero? Mica c'erano tante tutele, allora. Altro che Lodo Alfano et similia.
Ma anche se quest’eresia catara (così orrendamente combattuta dal papato) è da noi ben più ricordata per colpa di tali nefandezze, pochi in realtà pure in Brianza sanno che i Catari ebbero il loro nucleo episcopale (il più numeroso d’Europa) proprio qui da noi, nella Briantia Felix e precisamente nel Comune di Concorezzo. A partire dal XII secolo Concorezzo fu davvero la sede principale dei Catari: essi costituirono nel borgo brianzolo la più importante delle sei chiese catare d’Italia, con più di 1500 “perfetti” (così erano detti i preti eretici catari), su un totale di meno di 4000 per tutta l’Europa.
Questo movimento di stampo manicheo, che prese le mosse dal bogomilismo bulgaro, rimproverava al clero la sua corruzione ed auspicava il ritorno della Chiesa alla primitiva purezza. In definitiva, la loro opposizione era fondata, più che su problemi dogmatici, su esigenze di rinnovamento religioso e sociale, peraltro simili a quelle che diedero origine ad altri analoghi movimenti ereticali sviluppatisi tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo, o che determinarono la nascita di alcuni ordini religiosi, fra cui quello, prettamente lombardo, degli Umiliati.
Come nacque tale eresia, in Brianza? Avvenne che agli inizi del XIII secolo un notaio francese giunse a Concorezzo, borgo contiguo a Monza e a 10 km da Milano, e conquistò all’eresia il becchino Marco che abitava a Cologno Monzese, 8 Km da Concorezzo. Marco convinse all’eresia due suoi amici, il tessitore Giovanni Giudeo e il fabbro Giuseppe; poi a Milano si aggiunse Aldrico di Bando. Marco, ordinato diacono cataro, da Concorezzo cominciò la diffusione della nuova dottrina in Lombardia, nella Marca Trevisana e in Toscana. Egli aveva aderito al dualismo mitigato bulgaro, l’Ordo Bulgariae, cioè la chiesa bogomila, che era in collegamento con la chiesa di Costantinopoli e quella di Linguadoca e con i nuovi proseliti italiani.
Da un punto di vista dottrinale, essendo manichei i Catari basavano il loro credo su due princìpi, il Bene e il Male, il primo dei quali rappresentato dal Dio vero e buono in cielo, che ha creato le anime, mentre il secondo impersonificato dal dio malvagio (il diavolo), che ha creato il mondo e tutte le realtà materiali, compresi i nostri corpi nei quali egli ha imprigionato l’anima, realtà spirituale destinata alla fine a ritornare in cielo.
Questo credo comportava una serie di conseguenze, come il rifiuto di tutte le autorità, considerate emanazioni del demonio, e la scelta di cibarsi esclusivamente di alcuni generi di alimenti, considerati non impuri. Non deve essere dimenticata altresì l’opposizione dei Catari nei confronti dell’istituto del matrimonio, considerato un mezzo di trasmissione del corpo umano da parte del dio malvagio, secondo una mitica interpretazione del peccato originale di Adamo ed Eva. Questa concezione del matrimonio espressa dal catarismo costituiva un grave pericolo per la struttura sociale, e anche per questo si spiega la reazione dell’Inquisizione.
I preti catari, i “Perfetti” come ho detto sopra, erano l’anima vivente della Chiesa catara. Erano puri di costumi e obbligarono la Chiesa cattolica a combatterli con le loro stesse armi, a predicare a piedi nudi e a vivere di elemosine. Il popolo li soprannominava " Buoni uomini", e si trattava davvero di uomini buoni. Andavano a due a due a visitare castelli e villaggi in umiltà ed austerità e suscitavano ovunque venerazione. Erano ascoltati per la dolcezza e serietà dei loro discorsi, pregavano e parlavano sempre di Dio. Il prete Cosma, nel suo Trattato, dice :" Non alzano mai la voce, non dicono mai cose sconvenienti, aprono la bocca solo per pronunciare parole pie e sempre pregano pubblicamente.".
I “Perfetti” concorezzesi (se ne enumeravano come ho detto ben 1500) erano stimati per le loro opere di carità. Vivevano in povertà, ma usavano le elemosine dei fedeli per darle ai bisognosi. E il popolo che amava la bontà e la compassione sincera, correva da loro che con l’esempio conquistavano i cuori.
Eppure, a causa del forte pericolo di destrutturazione sociale che rappresentavano, vennero fortemente repressi anche in Lombardia e ancor di più in Brianza. Pietro da Verona, il loro principale oppositore e inquisitore italiano (era capo generale dell’inquisizione lombarda), nacque a Verona e proprio da famiglia eretica catara. Egli rinnegò i principi dei genitori e fece i suoi studi all'Università di Bologna, decidendo di entrare a far parte dei frati predicatori al tempo in cui San Domenico di Guzmán era ancora attivo.
Nell’aprile 1252, a causa della sua veemente azione inquisitoria contro l’eresia, Pietro venne assassinato dai Catari nella foresta di Barlassina con una roncola, mentre si recava a piedi da Como a Milano. Le agiografie riportano che intinse un dito nel proprio sangue e con esso scrisse per terra la parola "Credo". Uno degli attentatori, Carino Pietro da Balsamo, l'uccisore effettivo, si pentì del gesto ed in seguito morì in fama di santità presso il convento dei domenicani di Forlì. A seguito di tale episodio, il movimento ereticale dei Catari di Concorezzo noto anche come I Poverìtt de Concorezz fu annientato dal podestà di Milano Oldrado da Tresseno.
Sul luogo del misfatto sorse una chiesa e un convento, oggi sede del rinomato seminario arcivescovile detto appunto di “Seveso San Pietro”, a suo tempo anche il potente Bartolomeo Arese non lesinò denari al mantenimento di questa istituzione. In questo luogo ha compiuti i primi studi il nostro attuale arcivescovo Dionigi Tettamanzi.
Brianza Melting Pot

Come due madonne dell’Evo Medio,
le algerine vanno lungo la piazza
del mercato di Besana: ragazza
giovane la prima, sguardo nel tedio
e volto in totale stato d’assedio
per quel velo tutt’intorno, corazza
di cotone azzurro scialbo che ammazza
ogni voglia di parlarle. Rimedio
un sorriso da quell’altra, di certo
la madre, cedendole il passo verso
una bancarella di pentolame
vario con forchette, cucchiai e lame
di coltello: nuovo e strano universo,
mondo brianzolo appena scoperto.
Il tema che oggi propongo ai brianzoli e non che mi leggono è molto denso e complesso: riguarda il futuro socio-culturale (che grande parolona) della Brianza che sarà, a seguito della massiccia immigrazione extraeuropea che ha interessato e sta tuttora interessando il nostro territorio.
Ovvero, mi & vi chiedo che cosa mai sarà tra cinquant’anni di questa brianzolitudine che descrivo puntata dopo puntata a seguito della massiccia globalizzazione in atto, ma soprattutto a seguito dell’ingresso cospicuo di immigrati provenienti da realtà alquanto diverse dalla nostra (soprattutto da paesi musulmani, di assai difficile integrazione) che sta portando a un graduale snaturamento (banalmente per i noti problemi di condivisione delle usanze culturali, sociali e religiose, che impongono una mediazione al ribasso per entrambe le etnie) dei nostri “valori” identitari.
Ho messo volutamente tra apici la parola “valori” perché si tratta di intenderci subito su quello che della nostra Brianza riteniamo non negoziabile e mediabile, se vogliamo che la nostra “piccola patria” resti tra alcuni decenni qualcosa di più di una espressione geografica assai urbanizzata e antropizzata sulla cartina della Lombardia.
Faccio subito una affermazione che probabilmente spiazzerà i pochi-ma-buoni che mi leggono da fuori, convinti che la Brianza sia terra arida, nemica aprioristicamente dell’immigrato. La realtà locale – garantisco - è invece assai diversa, la nostra “diversità brianzola” ha da sempre fatto in modo che – grazie soprattutto al patrimonio di fede ormai nel DNA anche dei più atei-comunisti – inevitabilmente in Brianza sia successo e succeda esattamente il contrario.
Fede, speranza e carità, di tutte più grande è la carità. Sono le parole di San Paolo, nella sua lettera ai "brianzoli" di Corinto. Se mai avete avuto la ventura di entrare nelle chiese brianzole, avrete notato che vi è spesso richiamato il detto “Entra e prega, esci ed ama”. Fede come carità dunque dalle nostre parti, fede non solo come rito devoto e baciapile ma anche e soprattutto come apertura e generosità verso chi ha più bisogno. La carità, per un brianzolo, è soprattutto per quelli che hanno bisogno intorno a noi.
La carità è uno dei cardini dell'essere brianzoli, anche se è troppo spesso sta nascosta sotto coltri di diffidenza, di burbera silenziosità. Ma è la sostanza che conta.
Questo dico per smentire chi pensa che il brianzolo sia arido, privo di slancio: il “brianzolo medio” ancora oggi si ricorda sin troppo bene i racconti di cascina dei vecchi, quando c’era sempre qualcuno colpito dalla sventura che andava soccorso con quel poco che si aveva. La Brianza non è dunque parte di un ipotetico nord chiuso e avaro (posto che questo esista), è una enclave umana certo con tanti difetti: ma tra questi non si annovera sicuramente la mancanza di carità, anche culturale.
Ciò che anzi constato sempre, ovunque mi guardi intorno, è come il brianzolo sia stato e sia tuttora assai tollerante nei confronti dell’immigrato, al punto di “lasciargli spazio” (pur borbottando) concedendo dignità alla sua identità a tutto svantaggio proprio. Qualcuno magari contesterà questo punto di vista tranchant, ma io la vedo così.
In altri termini, c’è sempre stata poca volontà da parte di noi brianzoli nel porre in atto vaccini verso l’intrusione irruenta di valori e culture nuove, che potrebbero snaturare il nostro modo di essere, di vivere, concepire, amare e interpretare la terra in cui viviamo. Non sempre l’intrusione crea danni e lacerazioni, badate. Non è successo ad esempio (checchè qualcuno la pensi diversamente) con l’immigrazione dal Sud Italia, preceduta da famigerati “confini obbligati” dei mafiosi imposti ai tranquillissimi paesi del nostro territorio, nei primi anni ’50 del secolo scorso.
Dopo quest’italica immigrazione (massiccia, in alcuni decenni) possiamo oggi affermare che non molto è cambiato dell'essenza brianzola, della nostra brianzolitudine. Esistono paesi dove la pur forte immigrazione da Sud (penso ad esempio a Giussano, dove una elevata quota parte di abitanti è ormai di seconda-terza generazione figlia di immigrati meridionali) non ha scalfito le ragioni identitarie che ci consentono oggi di dire che la Brianza è qualcosa di assai diverso dal varesotto e dalla bergamasca. Per non dire di Milano.
Ma se la massiccia immigrazione da Sud non ha determinato la fine della nostra “piccola patria”, badate che non sta scritto da nessuna parte che la storia debba andare sempre così, soprattutto quando l'ingresso di culture "troppo" altre avvenga a velocità elevata.
Sono personalmente scettico circa la possibilità che ci possa essere un'efficace integrazione in senso “brianzolo” , tutelando e difendendo cioè la nostra identità, con le culture di immigrazione non europee di tipo multietnico. In particolare, con questi elevati tassi di ingresso. Banalmente, è un problema di numeri. Il cambiamento è avvenuto – e ancora sta avvenendo – molto in fretta, non lasciandoci il tempo di digerire, inglobare con pazienza un “boccone sociale” assai diverso dal nostro.
E lo dico davvero senza alcuna volontà di chiusura, di nostalgia luddistica verso la bella Brianza che fu. La distanza tra immigrato extraeuropeo e indigeno brianzolo è quasi sempre immensa: religiosa, culturale, nella concezione dei rapporti intra ed extra-familiari, nell'idea di istituzione pubblica laica, nella lingua che non è nè latina nè anglosassone e neppure slava, nella capacità di intendersi in senso davvero vero e profondo, nella modalità di condividere la propria identità, per non dire nella concezione del welfare-state e nello stile di lavorare e fare impresa.
C'è una distanza enorme, che va colmata con pazienza e a piccole dosi, se possibile addirittura di tipo omeopatico. E se la Lega esagera quando colora di tonalità razziste un problema che è soprattutto di forte gap culturale, la sinistra non ha certo fatto di meglio fornendo una ricetta in merito diametralmente opposta e inaccettabile (e soprattutto, per nulla efficace): aprire aprioristicamente la porta al nuovo che avanza, senza drenare il processo in maniera ragionevolmente assorbibile.
Perché alla fine, questo distruggere la cultura e il tessuto sociale della Brianza in funzione di un “altro mondo, qualsiasi esso sarà” farà del male soprattutto agli immigrati stessi, quando sarà totalmente avvenuta la trasformazione dell'alterità brianzola verso una qualsiasi delle tante periferie metropolitane nord-milanesi, giungle di asfalto dove in luogo della carità prenderà piede e prevarrà l’homo homini lupus: la legge, cioè, del mai dimenticato zio Hobbes.
Brianza Futurist
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Lunghi pali a limitare confini,
una latta su ciascuno in quegli orti
oltre il Villoresi, minimi porti
di mare coi vecchi sopra i gradini
dell’alzaia intenti, quasi bambini
nel rubare acqua da contrafforti
oltre i quali appare il campo dei morti
di Monza, cui scansano gli occhi e chini
discendono e innaffiano finchè sono
stanchi di ansimare per quelle grosse
gonfie e stese proteiformi zucchine,
su una terra che le culla al frastuono
di via Stucchi a suggerire le mosse
per quella partita ormai alla fine.
Oggi vi parlo di un camposanto, quello di Monza, e di un paio di architetti a esso connessi. Dal cimitero di Monza transito spessissimo, ci passo accanto praticamente tutti i giorni eppure mai sino a ieri avevo avuto modo di visitarlo. Andar per camposanti è pratica in verità novembrina, già in ottobre tuttavia l’aria sottile ispira pensieri “ultimi”, utile a ricavarci degna ispirazione.
Il cimitero monumentale di Monza ha un progettista illustre: Ulisse Stacchini. Nato a Firenze nel 1871, Ulisse Stacchini architetto opera e si fa valere a Milano e in periferia, dove ci progetta secondo i canoni dell’art noveau una lunga serie di palazzi per emeriti scior comenda.
Le sue opere più celebri sono sostanzialmente tre: la Stazione Centrale di Milano, lo stadio San Siro (oggi Meazza), e il Cimitero monumentale di Monza.
Monza aveva un primo cimitero detto di San Gregorio che però era insufficiente. Nel 1911 fu decisa la costruzione di un nuovo e più grande camposanto. Il progetto e la realizzazione furono affidati appunto a Stacchini che operò con evidenti intenti di monumentalità. I lavori furono portati a termine nel 1930.
La vera sorpresa, nel cimitero di Monza è però un’altra: uno dei pochi progetti architettonici realizzati da Antonio Sant'Elia, il monumento a Gerardo Caprotti, costruito nel vecchio camposanto e qui trasferito.
A me Sant’Elia Futurista ha sempre affascinato, soprattutto per quella sua insana voglia di disegnare
e ridisegnare una futura metropoli di Milano mai nata, per poi andare a morire da eroe plurimedagliato al fronte, nella Prima Guerra Mondiale. Egli, comasco DOC, scende a Milano e nell’ambiente di Brera si imbeve di nuove tendenze, conosce Dudreville, Carrà, Boccioni, Fontana, Erba.
Nel 1913 apre uno studio di architettura a Milano e lavora presso gli studi Cantoni e Boni. Si avvicina al movimento Futurista a cui aderisce nel 1914 grazie, probabilmente, agli inviti di Umberto Boccioni e Carlo Carrà, conosciuti nell'ambiente culturale milanese. Tra il 1912 ed il 1914, influenzato dalle città industriali degli Stati Uniti e dagli architetti viennesi Otto Wagner e Josef Maria Olbrich, comincia una serie di disegni per una "Città Nuova" che non era altro che la visione futuristica di Milano.
Sempre del 1914 è il Manifesto dell'architettura futurista, una rielaborazione in chiave architettonica
del Manifesto di Marinetti, di cinque anni precedente, scritto sostanzialmente da Sant'Elia riprendendo quasi interamente il testo "Messaggio" pubblicato in precedenza nel catalogo della mostra Nuove Tendenze. In esso l'autore affermò che:
« il valore decorativo dell'architettura Futurista dipende solamente dall'uso e dalla sistemazione originale di materiali grezzi o scoperti o violentemente colorati. »
Come descritto in questo manifesto, i suoi disegni rappresentano raggruppamenti azzardati e la disposizione su larga scala di piani e masse che creano un espressionismo industriale ed eroico. La sua visione era riguardo una città del futuro estremamente industrializzata e meccanizzata, che non considerava una massa di edifici individuali ma una enorme conurbazione urbana, multi-livello, interconnessa ed integrata disegnata attorno alla "vita" della città. I suoi disegni estremamente influenti rappresentarono grattacieli monolitici ed enormi con terrazzi, ponti e passerelle aeree che hanno incarnato l'eccitamento puro e semplice dell'architettura moderna e della tecnologia.
Nel 1915 si arruola così volontario nel Regio Esercito Italiano, ottenendo i gradi da sotto-tenente, e venendo poi assegnato al 225° Reggimento Fanteria "Arezzo". Col suo reparto combatte sul fronte delle alpi vicentine e, nel luglio del 1916, durante un attacco sul Monte Zebio, si guadagna la sua
prima Medaglia d'Argento al valor militare. Pochi mesi dopo, il 10 ottobre, Sant'Elia si trova schierato col suo reparto a Quota 85 di Monfalcone. Lanciatosi col suo plotone all'assalto di una trincea nemica, muore colpito in fronte da una fucilata.
Alla sua memoria venne concessa una seconda Medaglia d'Argento al valor militare. E’ sepolto a Monfalcone nel cimitero della brigata "Arezzo" per il quale aveva progettato il portale d'ingresso e la sistemazione delle sepolture, tra le quali anche la propria e successivamente traslato a Como.
Ecco qui gli encomi per le due medaglie d'argento al valor militare:
«Sotto l'intenso fuoco nemico, accorreva arditamente ad assumere il comando di un plotone di lanciatori di bombe, del quale erano già caduti feriti due comandanti. Colpito egli stesso alla testa e portatosi per insistenza del suo capitano al posto di medicazione, non appena medicato, ritornava sulla linea di fuoco, dando mirabile esempio di coraggio e serenità.» Monte Zebio, 6 luglio 1916
«Alla testa del plotone zappatori, si slanciava all'assalto delle posizioni nemiche sotto l'imperversare del fuoco di artiglieria, di mitragliatrici e di fucileria, incitando con l'esempio e con la voce i suoi dipendenti, finché cadeva mortalmente colpito in fronte.» Monfalcone, 10 ottobre 1916
Brianza Battery
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Fu chiamato il mago della patata,
scoperse il metano e - non serve molta
memoria - inventò a pila; è scontata
la risposta: è il divo Alessandro Volta;
fu lui sempre di passione infuocata
indomabile e potente rivolta
all’elettromagnetismo, sfociata
dopo il lodo con Galvani alla svolta
di quell’invenzione sublime, accolta
dal mondo scientifico ed acclamata
come rivoluzionaria, risolta
subito in applicazioni che in data
odierna si ammirano ogni qualvolta
c’è bisogno di corrente fidata.
Nel mondo Alessandro Volta lo conoscono tutti, ma proprio tutti. Quotidianamente abbiamo con lui a che fare almeno una volta, anzi (consentitemi la freddura), almeno 220 Volt al giorno. Io medesimo abito in Via Volta e non c’è città al mondo che non abbia la sua Volta Street, Rue Volta, Camino Volta, Volta Strasse, ç§‘å¸å®¶. Questo per dare lo spessore universale del personaggio, il cui eclettismo fu tale da farcelo ricordare come il Leonardo dell’Era Moderna.
Alessandro Volta nacque a Como, il 18 febbraio 1745 (un Acquario, dunque) nel pieno del Secolo
dei Lumi. Egli quindi a rigore non fu brianzolo, ma la Brianza lo coinvolse alquanto, tant’è che il luogo dove inventò la pila è nel Comune di Lazzate, nell’amata casa nel Parco delle Groane dove Alessandro il Grande si recava spessissimo per raccogliere le idee e pensarne sempre di nuove. Ma come al solito vi sto anticipando troppo: vamos adelante cum juicio insieme a Volta e seguiamone pian piano il cursus honorum.
Nel 1769, appena ventiquattrenne, egli pubblica il suo primo lavoro in latino, dal titolo De vi attractiva ignis electrici ac phaenomenis inde pendentibus. Approfondendo la teoria, già sviluppata nel De vi
actractiva, egli arriva nel 1775 a costruire un nuovo apparato in grado di fornire elettricità senza bisogno di un continuo strofinio, come nelle macchine elettrostatiche in uso. Questo nuovo strumento, chiamato dal Volta stesso elettroforo perpetuo, viene in poco tempo apprezzato e utilizzato in tutti i laboratori europei.
Durante le vacanze estive del 1776 sul Lago Maggiore, mentre in barca costeggia i canneti presso Angera, si mette a frugare con un bastone il fondo melmoso dell’acqua e vede salire a galla, e poi svanire nell’aria, bollicine gassose in gran copia. Raccolto tale gas, ne scopre il carattere infiammabile, indicandolo con il nome di aria infiammabile nativa delle paludi. Si tratta di quello che oggi noi chiamiamo metano.
La possibilità di provocare l’esplosione di una miscela di gas mediante una scintilla, anche in un ambiente chiuso, lo porta a costruire un interessante dispositivo successivamente chiamato pistola di Volta.
Volta osserva che la sua pistola può essere impiegata per misurare la forza di esplosione, che hanno le arie infiammabili. Utilizzata in questo modo, la pistola diventa un eudiometro, cioè uno strumento atto a misurare la quantità di ossigeno presente nell’aria e quindi la sua salubrità. Inoltre costruisce la prima lampada perpetua a gas.
Volta è poi, si può davvero dire, il vero inventore della telegrafia elettrica. Sempre del 1776 è sua infatti l’idea di trasmettere da Como a Milano un segnale elettrico mediante un lungo filo metallico, tenuto isolato dal terreno mediante pali di legno. Il segnale elettrico generato a Como, mediante la scarica di una bottiglia di Leyda, viene ricevuto a Milano, attraverso l’esplosione della pistola a gas. Il circuito elettrico si chiudeva attraverso una serie di corsi d’acqua, che univano il lago di Como con il porto sul Naviglio di Milano. Si tratta, come è facile comprendere, di un’idea che prefigura in tutti i sensi il telegrafo elettrico.
Nel novembre del 1778, il conte Firmian, ormai convinto del valore scientifico dello scienziato comasco, lo nomina Professore di Fisica all’Università di Pavia. Importanti in questi anni sono gli studi sul condensatore che lo portano alla realizzazione di, uno strumento di misura estremamente sensibile in grado di rivelare stati elettrici estremamente deboli, l’elettroscopio condensatore. Inoltre durante tali ricerche Volta individua in modo corretto i concetti di quantità di elettricità (Q), capacità (C) e tensione (T), arrivando a formulare la relazione fondamentale del condensatore Q = C x T.
Negli anni che vanno dal 1786 al ‘92 si occupa di meteorologia elettrica e studia le proprietà fisico-chimiche degli aeriformi, arrivando a determinare, dieci anni prima di Gay-Lussac, la legge di dilatazione uniforme dell’aria.
Nella primavera del 1792 Volta viene a conoscenza degli esperimenti di Galvani sulla possibile
elettricità animale. Incredulo, si mette con serietà a ripetere gli esperimenti e, in una prima fase, concorda con i risultati dello scienziato bolognese. Ma una successiva indagine lo porta a ritenere che le contrazioni della rana non siano dovute ad una elettricità di origine animale, ma ad una elettricità esterna provocata dal contatto dei due metalli che costituiscono l’arco.
La rana assume quindi il ruolo di un semplice, ma sensibilissimo elettroscopio. L’idea di Volta non viene accettata da Galvani e dai sostenitori dell’elettricità animale. Ha dunque inizio una acerba disputa che investe tutto il mondo scientifico europeo, che si divide in galvaniani e voltiani.
La disputa ha termine nel 1799 e si conclude a favore come ben sapete del divo Alessandro. La famosissima Pila Elettrica è da lui inventata nel dicembre 1799 proprio nella casa di Lazzate, un Comune così orgoglioso dell’evento al punto di mettere la pila nel gonfalone del paese. L'invenzione viene da Volta annunciata in una lettera rivolta a Joseph Banks, presidente della Royal Society di Londra, datata 20 marzo 1800, lettera in cui lo stesso Volta dà anche la prima descrizione dell'apparecchio.
Denominata inizialmente organo elettrico artificiale oppure apparato elettromotore, viene battezzata poi pila per via della sua struttura caratteristica. Questo nome è rimasto in italiano a designare genericamente tutte le batterie per apparecchi elettrici, indipendentemente dalla loro forma. Da Volta, ovviamente, prende poi nome il "Volt", l’unità di misura della differenza di potenziale che Volta definiva come "tensione".
L’importanza dell’invenzione della pila fu davvero cruciale, fu il vero snodo per il definitivo sviluppo
della Rivoluzione Industriale grazie all’elettricità. Prima dell'invenzione della pila erano note apparecchiature come la bottiglia di Leida, che fornivano solo una scarica elettrica di durata brevissima e necessitavano di essere caricate prima di ogni uso. La pila era invece di per sé un generatore di tensione: con essa il mondo scientifico ebbe a disposizione per la prima volta uno strumento in grado di produrre corrente intensa in modo ininterrotto, aprendo le porte alle rivoluzionarie scoperte sull'elettricità che segnarono l'Ottocento.
Nel 1800, pochi mesi dopo l'annuncio dell'invenzione, William Nicholson ed Anthony Carlisle, che furono fra i primi ad apprenderne per mezzo dello stesso Banks e prima ancora che la Royal Society ne fosse messa al corrente, riprodussero la pila e se ne servirono per realizzare l'elettrolisi dell'acqua, ottenendo i gas idrogeno ed ossigeno. E ovviamente via di questo passo, per tutto ‘800.
Ma il personaggio fu ecletticamente tale da portare benefici in campi svariatissimi. Egli fu ad esempio in Italia precursore assoluto nell’utilizzo della patata a fini alimentari umani, promuovendone e coltivandone primo in assoluto il tubero, nel suo orticello di Lazzate (ove - non a caso - si svolge ogni anno una festa popolare dedicata al magico tubero).
Un personaggio dunque che diede fama alla nostra terra lombarda in modo incomparabile e i riconoscimenti che Volta ricevette furono davvero universali. Nel 1794 gli venne conferita la Medaglia Copley della Royal Society di Londra (equivalente ad un moderno premio Nobel) e nel 1801 la medaglia d'oro dell'Institut des Sciences di Parigi, ricevuta direttamente da Napoleone.
In onore del suo lavoro nel campo dell'elettricità, Napoleone lo nominò poi Cavaliere della Legion
d'Onore nel 1805. Nel 1806 diventò Cavaliere dell'ordine della corona ferrea; nel 1809 divento senatore del Regno d'Italia e nel 1810 Conte del Regno d'Italia. Dopo la restaurazione dell'impero asburgico, nel 1815 l'imperatore d'Austria lo nominò professore di filosofia a Pavia e gli conferì il titolo di Cavaliere dell'Ordine Imperiale Austriaco della Corona Ferrea.
Nel 1819 si ritirò a vita privata nella casa di campagna a Camnago, località nei pressi di Como che oggi ha assunto la denominazione di Camnago Volta in suo onore. Qui morì il 5 marzo 1827 a 82 anni. La sua tomba, ovviamente, oggi si trova a Como. E che ci riposi in pace, chè davvero se lo merita.
Credits: Wilipedia, Pavia University
Brianza Romeo and Juliet
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Sogno California, o almeno ci provo,
bevendo un caffè nel bar sulla strada
che sale da Lesmo a Casatenovo,
transitando per cascina Levada.
Sono a California, niente di nuovo
in attesa di qualcosa che accada,
punto al superenalotto in quel covo
caliente di fumo una volta (e nada
adesso) con due padroncini al banco
a bersi l’Averna e un altro piegato
verso il videopoker: sinistra al fianco,
destra sul pulsante, più indaffarato
che mai a sfidare l’infame branco
di carte smazzategli dal passato.
California (frazione di Lesmo) è toponimo di origine recente, forse chiamato così per l’insediamento di emigranti tornati dall'America. La storia di questa terra lesmese, oggi confine di due province (Monza e Lecco) è tuttavia assai più antica.
Nel I secolo A.C. i primi abitanti in zona Lesmo-California si installarono all'imbocco della valle di Pegorino, probabilmente esuli greci arrivati in Gallia Cisalpina al seguito di Giulio Cesare.
Appena più a sud, sul colle del Gernetto venne edificata nel V - VI sec. D. C., una rocca con una torre a difesa della Valle del Lambro, dove trovarono rifugio popolazioni in fuga da Milano, più volte saccheggiata dai barbari.
Ma la storia più bella e romantica di questi luoghi è un’altra, ed ha sapore tutto shakespeariano. Intorno a questo villaggio lesmese, nel ‘300 fiorì la leggenda romantica raccontata da Ignazio Cantù nella sua opera "Vicende della Brianza", che narra la storia di due emuli brianzoli di Romeo e Giulietta. Eccola: Rosa Peregalli da Peregallo (la Giulietta) era profondamente innamorata di Gianguidotto Lesmi da Lesmo (il Romeo); i due erano però condannati ad amarsi di nascosto, ostacolati dall'odio secolare che opponeva le due famiglie dei Lesmi e dei Peregalli.
I due amanti si sposarono in segreto, con la complicità e la benedizione di un frate che viveva da eremita a S. Maria delle Selve (oggi nel Parco di Monza). Seguì per i due amanti una breve parentesi di felicità, ma ogni felicità umana (come purtroppo ben si sa e soprattutto in faccende di cuore tormentato) ha purtroppo brevissima durata. Non passò infatti molto e Rosa morì, non senza gravi sospetti di veleno, mentre Gianguidotto venne trovato nel Bosco Bello (sempre nel parco di Monza) morto con una ferita nel petto.
Bellissima e tragica storia d’amore sfortunato, questa tra Rosa e Gianguidotto, che se acconciamente divulgata extra-moenia brianzole potrebbe dare a Lesmo fama mondiale, pari se non superiore a quella della fatal Verona narrata dal sagace Will. Fama, questa lesmese, che sarebbe così una buona volta non limitata alle due pur celeberrime Curve dell’autodromo monzese (specialmente la seconda di Lesmo che, come diceva il compianto Ayrton Senna, selezionava i piloti in base alla capacità di affrontarla a pieno gas).
Sarebbe davvero interessante identificare (pur nella finzione romantica) quale mai potrebbe essere il balcone della casa di Lesmo sotto il quale il nostro Gianguidotto-Romeo andava a stuzzicare l’avvenente Rosa-Giulietta.
Varrebbe anzi quasi la pena che la Brianzolitudine vi postasse la storia originale dei due amanti, ma ve la risparmio, in quanto la prosa non ha molto del pathos offertoci dal Bardo di Stratford. Eccovi a mo’ di esempio un breve stralcio della vicenda, nell’episodio in cui Rosa rivela al "cattivone" Zio Conte che ella segretamente ama – riamata – il suo Gianguidotto:
Che vuol dir ciò? — riprese con voce concitata il vecchio, rifiuteresti forse il giovine da me proposto ?
La fanciulla, alzato lentamente il capo, volse lo sguardo timidamente a lui, mentre una lagrima, pari a mattutina gemma, spuntavale sulle pupille.
- Caro Zio, perdonami. Io amo, riamata, Gianguidotto Da Lesmo!
- Sconsigliata! Arrossisci! Non sapevi che un Gianguidotto Da Lesmo non sarebbe mai stato lo sposo della figlia d'un Peregalli?
A tali parole, Rosa che sentivasi addiacciare il sangue nelle vene, avvinghiavasi al collo della madre, bagnandola con un torrente di lagrime. Ma essa, in cui la natura vinse le antiche reminiscenze, per un sentimento di pietà cercò di sostenerla; e stringendola al seno, gemeva in segreto cosi che stille di angoscia grondavano dai pietosi occhi sul volto della figlia come celeste rugiada. Penetrata da un sentimento eccessivo di tenerezza avrebbele fors'anco indirizzate lenienti e confortevoli parole, ove il vecchio conte non avesse di subito continuato con maggiore agrezza di prima:
- Misera illusa! Non t'accorgevi che tu avresti ridestato in me più fieramente gli antichi rancori contro quella stirpe abborrita ?
A queste parole, Rosa, benché esinanita dal dolore, levò il capo, e rivolgendolo verso lo zio, osò sostenere la visuale delle di lui adirate pupille; poi rincuorata, con motti ben cogitati, con animo determinato, e con sicuro accento, rispose :
- Oh ! mio zio! che mai dite ? Lo spero nel cielo che ciò non sia; giacché voi vi rendereste crudele contro colui che fe' salva la mia vita…
Eccetera, eccetera, eccetera. Francamente, è roba ben poco leggibile per gli attuali gustibus, eppure è davvero un vero peccato che questa leggenda non abbia preso corpo, onde fare della Brianza lesmese luogo di ritrovo per novelli innamorati, ove recarsi ad attaccare lucchetti alla cancellata e giurarsi amore eterno, sotto il balcone della casa di Rosa.
Ma non disperiamo... Nella California italiana, ovvero nel Brianzashire, tutto davvero può ancora essere: basta iniziare, ad esempio identificando un acconcio balcone di Lesmo e una volta per tutte battezzarlo semplicemente in quel modo. Dico forse male?
Brianza Blues
Stelle in cielo senza luna per questa
notte malcontenta di Novedrate,
soffia un vento fresco di fine estate
boreale e insiste il verde, che resta
ancora sui rami della foresta
verso Arosio e oscilla in liquide ondate,
sospese tra foglie lenticolate
di faggi e di carpini, cui non resta
che aspettare la venuta del giorno
in quel bosco aperto su una cascina
dal cortile mistico in salsa agreste,
quasi cripta in religioso contorno
di aratri e forconi sulla collina
dentro il cavo della volta celeste.
Ho scoperto che Pasquale forse è nato a Cefalù, si è sposato a Novedrate, è un bravo elettricista, fuma poco e ascolta i Pooh. Come certo ricorderete, l'ineffabile,toponimo Novedrate viene citato nella canzone 'O Scarrafone di Pino Daniele, da lui usato come riferimento di uno dei tanti luoghi di emigrazione degli italiani del sud.
Non che in realtà Novedrate abbia avuto più emigrazione di altri paesi brianzoli, intendiamoci, tuttavia il fonè del suo toponimo pare quasi essere l’archetipo dei tanti paesi ove i meridionali negli anni ’50 e ’60 si insediarono qui in Brianza, immigrati ormai oggi (checchè se ne dica) più che abbondantemente integrati.
Novedrate è il paese che dà il nome alla “Novedratese”, strada provinciale trafficatissima che congiunge Arosio a Copreno in direzione est-ovest, coacervo trafficato di auto, di camion e di prostitute en-plein-air spaparanzate in attesa su umili sedie a sdraio di plastica. C’est la vie…
Ma voliamo in alto, via dalle pazze escort, su più compassate e seriose cime storiche. Il nome di Novedrate compare per la prima volta in un documento ufficiale nel 1017 a Cantù quando un certo Landolfo, prete milanese, dispone che un appezzamento di terra del luogo di Novedrate sia dato per metà alla chiesa di Santa Maria e per l'altra a diversi uomini della zona. Agli inizi del 1200 Novedrate è interessata e tartassata dalla contesa tra popolani e i nobili milanesi rifugiatisi proprio a Cantù. I Visconti e gli Sforza si susseguono nei decenni con le lotte per il potere, per il dominio della Martesana.
Nel 1500 alle guerre si aggiungono le calamità naturali e la carestia e il 1600 fu ancora peggio. Nei secoli successivi passò sotto diversi signori e nel 1928 Novedrate fu accorpata a Carimate, per ritornare indipendente nel 1950 e l'anno seguente il Barone Rinaldo Casana, proprietario dell'omonima villa, venne eletto primo sindaco del paese. Rimarrà in carica fino al 1973, anno della sua morte e subito dopo la villa verrà ceduta all'IBM che realizzerà in Novedrate il proprio centro di formazione per i tecnici dei centri meccanografici. Un posto lunare.
Anch’io frequentai quel centro per un corso pseudo-manageriale negli anni ’80, quando ancora il nome IBM in Brianza valeva qualcosa. Il rigore burocratico e spocchioso che caratterizzava quel luogo di cultura informatica “americana” strideva fortemente con il carattere più snello e concreto di noi brianzoli, tant’è che quel centro IBM era – devo dire, con dura e forse eccessiva cattiveria - soprannominato dalla vulgata brianzola “Centro di Formazione di Novedrauschwitz”.
A me invece piace ricordare Novedrate per la Novedrate Brass Band, orchestra di splendidi fiati fondata nel 1995 e formata da una trentina di musicisti. Il suo repertorio spazia dagli originali dell'editoria dei paesi anglosassoni alle trascrizioni dei brani di musica classica e leggera. Dall'ottobre 1998 esiste anche la Brass Music School, che prepara gli allievi nel mondo degli ottoni e delle percussioni per poi inserirli nella Novedrate Brass Band.
Bello il suono delle due parole Brianza Brass accostate, vero? Pronunciandole, par proprio di sentire il suono vibrato dell’ancia di uno strumento a fiato, a spandere nell'aria meste e intense note di un blues di fine estate.
Già, perché tra poche ore è autunno. Anche in Brianza e pure a Novedrate. Via, occorre prepararsi, mettere le ghiande nella nostra tana, in attesa del lungo e rigido inverno 2009-2010.
Credits: Wikipedia.
Il Cammino di Sant'Agostino alla BIGS di Monza
Fiera della "Mobilità Dolce" e del Turismo Sostenibile
Autodromo di Monza, 18 - 20 settembre 2009
Da venerdì 18 a domenica 20 settembre prossimi allo Spazio Eventi dell'Autodromo Nazionale di Monza si svolgerà la prima edizione della BIGS, la nuova Fiera del Turismo Sostenibile e della Mobilità Dolce.
Volutamente, per contrasto questa Fiera del "turismo lento" è organizzata proprio nel tempio della velocità, a una settimana esatta dallo svolgimento del GP monzese.
All'interno della Fiera sarà presente il Cammino di Sant'Agostino, nuovo pellegrinaggio di 410 km per 25 santuari mariani brianzoli che nel suo più recente aggiornamento è stato ampliato al fine di raggiungere i massimi luoghi agostiniani della Lombardia (la villa romana di Rus Cassiciacum ove Agostino si convertì, il Battistero ipogeo di San Giovanni nel Duomo di Milano ove Agostino fu battezzato da S. Ambrogio, la Basilica di S. Pietro in Ciel d'Oro a Pavia ove S. Agostino è tuttora sepolto, meta del Cammino).
All'interno dello spazio espositivo della BIGS di Monza sarà inoltre presentata una mostra fotografica 'replica virtuale' del Cammino, realizzata dal fotografo monzese Ryck Valli, che illustrerà ai visitatori della BIGS le tappe del Cammino di S. Agostino.
Quale primissimo evento in programma nella BIGS, alle ore 12:00 di venerdì 18 settembre è inoltre prevista la presentazione ufficiale del "Cammino di Sant'Agostino", sia alla stampa che alle 80 Amministrazioni comunali e 5 Amministrazioni provinciali attraversate dal percorso, con la seguente scaletta di interventi:
1) Enrico Elli - Assessore alla Cultura Provincia Monza-Brianza
Le nuove sfide di sviluppo in ambito culturale e turistico
2) Don Massimo Pavanello - Pastorale turismo Diocesi di Milano
Turismo religioso e non religioso: quali sinergie?
3) Rosario Marretta - Governatore Distretto Lions Club 108 Ib1
Il ruolo dei Lions Club nella promozione delle "eccellenze"
4) Luigi Beretta - Presidente Associazione Culturale Cassiciaco
Importanza storica, identitaria e attualità di S. Agostino
5) Pino Spagnulo - Console TCI della Lombardia
Turismo sostenibile, opportunità per la valorizzazione del territorio
6) Renato Ornaghi - Organizzazione del Cammino di S. Agostino
Gli sviluppi del Cammino in direzione di Milano, Pavia e Genova
Il Cammino di Sant'Agostino ha già ricevuto importanti riscontri dalla stampa nazionale, dalla Diocesi di Milano e in particolare dall'Organizzazione EXPO 2015 per i Territori, che lo ha premiato quale progetto di forte promozione turistica in vista di quel futuro evento internazionale. Il Cammino infatti rappresenta una nuova opportunità non solo di svago, ma anche di valorizzazione turistica per tutta la Brianza, il milanese e il pavese, toccando lungo il percorso gran parte dei luoghi di interesse di quei territori.
info@camminodiagostino.it
www.camminodiagostino.it
Brianza Nightfall
Memento d’estate duemilaenove:
cassaintegrazioni in Brianza e non,
dentro in villa ad Arcore intanto il buon
uomo si dispiega, mentre le nuove
dalla stampa dicono che non piove
e col poco d’altro è truce bon-ton
giornalistico di tinta marron
merda che si spande per ogni dove
tra gli inchiostri, con il ventilatore
che pompa e ripompa quella minestra
sui volti sudati dal centro-destra
al centro-sinistra, ma alla finestra
fortuna che c’è ogni ventiquattr'ore
il sole che scende sul Rosa e muore.
Un rientro brianzolo davvero strano, questo dell’ultima luna d’estate duemilaenove. Sensazioni da Ultima Thule e che nulla in futuro sarà più come prima, eppure nulla ancora succede, salvo il nuovo elenco delle ditte che hanno già comunicato le conferme delle prime casseintegrazioni autunnali. Ahimè il cavallo dell’economia non beve e il cavallo saremmo noi, ovvero asini che ci ostiniamo a non consumare quanto servirebbe per far ripartire la bestia.
Consoliamoci nel Brianzashire con un tempo splendido che più splendido non potrebbe essere - il sole in un cielo di un azzurro mai visto in Brianza - in questo periodo di solito già umidiccio per il vicino autunno adveniente. Par d'essere in Toscana, o ancora più giù.
E invece siamo qui, nella Brianza Felix. Mentre vi scrivo, in questo preciso momento il sole si cala dietro il profilo di un mai così imponente piemontesissimo Monte Rosa. Nightfall, cade la sera e sarà una serata dolcissima. Domani è un altro giorno, si vedrà.
Brianza Harem
Ismail Pascià, Kedivè d'Egitto,
fautore dell'Aida verdiana
e del taglio di un canale diritto
come un fuso tra la terra africana
e asiatica, più la sua carovana
di odalische esotiche zitto zitto
prese casa a Tassera (là sconfitto
vi fu il Barbarossa) ed una assai strana
storia si diffuse circa la bella
Nasik Mìsach, ragazzina fuggita
quindicenne da quell'harem, monella
pazza innamorata del suo Pasquale
ganzo brianzolo, poi Margherita
battezzata in chiesa da un cardinale.
Una storia che ha dell'incredibile, questa, una realtà romanzesca che fa ben il verso al menage tra lo sciagurato Egidio e la Monaca di Monza, un fatto che pochi ormai dalle parti di Alserio (frazione Tassera, luogo di una mitica sconfitta del Barbarossa e di cui dovrò senz'altro parlare prima o poi) ricordano ancora.
Un harem trapiantato in Brianza, di questo si tratta. Sul finire dell’Ottocento in una casa patrizia di Tassera (villa Cramer) si insediò un vero e proprio gineceo egiziano, composto da un innumerevole stuolo di seducenti e misteriose giovinette arabe, calde come il fuoco e belle come il sole, ma destinate unicamente al loro Pascià: il Kedivè (ovvero il Sultano) d'Egitto Ismail Pascià, quello che commissionò l'Aida a Giuseppe Verdi messa in scena al teatro del Cairo e che intraprese il taglio dell’istmo di Suez, prima di venire detronizzato ed esiliato, inizialmente a Napoli e poi in Brianza, sulle rive del lago di Alserio.
Fu inevitabile che tutti i maschi locali in età da copula a quella notizia iniziassero a favoleggiare di quel che succedesse mai tra le mura di quella villa. Già oggi abbiamo una vaga idea di quali siano le regole e le usanze di un gineceo, immaginate centotrenta anni fa cosa potesse frullare nelle fantasie maschili brianzole, al pensiero dell’harem e all’ascolto dei favoreggiamenti circa le capacità amatorie e seduttrici di quelle ragazze, addestrate per offrire il massimo piacere sensuale al loro Sultano.
Qualcuno all'osteria iniziò a raccontare di averle anche viste e conosciute di soppiatto, quelle stupende femmine dagli occhi neri, caldi e malinconici. Long de lapa, scars de pata, dice un proverbio brianzolo. Ovvero: chi delle proprie attività amatorie racconta troppo, in realtà non combina una beata fava. Chi invece combinò, da quel punto di vista, fu il più bel ragazzo del paese, tal Pasquale Frigerio, sciupafemmine al punto giusto che ebbe l’ardire di piazzarsi alla finestra del palazzo vicino a villa Cramer e sperare in un rendez vous con una di quelle femmine da sogno, almeno sperabilmente visivo.
La sua pazienza fu premiata, dato che la più bella e giovane delle donne del Kedivè, l'avvenente Nasik Misack, un bel giorno si affacciò alla finestra e il nostro Egidio prese la palla al balzo, sorridendole e salutandola con un fazzoletto. La sventurata (o meglio la fortunata, come tra poco vedremo) rispose, ovviamente con gesti e con qualche sussurro amoroso in arabo. Questi incontri “visivi” proseguirono per qualche settimana, sin quando una sera la porta di casa del bel Pasquale si spalancò, presentando la figura ansimante della bella Nasik in un disordinato splendore: con babbucce gialle e calzoncini in raso rosso e gonnellina gioiosamente strappati.
Era successo che la bella Nasik innamorata aveva finalmente preso la decisione di scappare dalla villa e migrare nelle braccia del suo bel drudo italiano, forse a seguito di una punizione o di una ramanzina di Ismail Pascià.
Comparsa come in un sogno sulla porta, Nasik si slanciò nelle braccia del Pasquale, mormorandogli nell’orecchio semplicemente: "Severmisin?", che vuol dire: “mi ami tu?" E il bel ganzo Pasqualino, che pur era uomo di mondo e più scafato della media dei brianzoli masculi, ebbe il più gran bel premio per la sua costanza, provando finalmente e per la prima volta l’ebbrezza sensuale dell’amore mediorientale. Inutile dire che egli si innamorò perdutamente della bella Nasik, e volle tenerla con sé.
Con ciò sfidando le ire del Sultano che pretendeva la restituzione del maltolto. Ma inutilmente: infatti secondo la legge maomettana Nasik era ormai più che quattordicenne e quindi liberissima di decidere con chi stare. Inoltre si comprese che Nasik sarebbe stata crudelmente punita, se fosse ritornata sotto il tetto del Kedivè.
Ne nacque un affare quasi diplomatico che coinvolse anche la corte italiana dei Savoia e la Chiesa cattolica. Il Kedivè, trovatosi nel mezzo a quest'affare non molto chiaro (avere un harem in Italia a quei tempi non doveva essere una cosa poi così all’acqua di rose) dovette fare le valige e fuggirsene di corsa a Istambul.
E tra Pasquale e Nasik? Tutto è bene quel che finisce bene: Nasik volle farsi battezzare per accelerare la pratica di matrimonio col suo bello, che dal canto suo più che mai desiderava ardentemente sposarla. La regina Margherita di Savoia si interessò del caso e pretese di esserle madrina, organizzandole la cerimonia del battesimo col cardinale Sanfelice. E la regina d'Italia diede a Nasik il proprio nome, Margherita appunto.
A seguito delle nozze, la bella signorina Nasik Misach ebbe pertanto finalmente l'onore di chiamarsi signora Margherita Frigerio. Anni più tardi un giornalista volle intervistare Margherita-Nasik, ponendole qualche domanda piccante su come fosse l’andazzo nell’harem di Emin Pascià, soprattutto chiedendole come facesse un uomo così vecchio come il Kedivè a stare dietro a tutto quel ben di dio femminile.
Ma la signora Margherita, ormai addestrata all’understatement brianzolo, glissò elegantemente la pruderie giornalistica, affermando: “Per me il Kedivè fu solo un buon padre, niente altro. Ciò non toglie che mi avrebbe ammazzata a frustate, se fosse riuscito a riportarmi nell’harem”. Fine della storia, se non che nelle osterie di Alserio si narra che altri giovincelli di buone speranze si morsero le mani, per non aver tentato l’avventura del Pasquale, il quale manco a dirlo divenne personaggio mitico, da leggenda. Memento audere semper, dice il proverbio dannunziano, e il buon Pasquale da questo punto di vista audette davvero mica male, peraltro giustamente ricompensato.
Brianza Liqueur
Amaretto di Saronno, il liquore
italiano più bevuto nel mondo,
dal profumo seducente e rotondo,
scalda cuore, armonico nel sapore
di mandorle amare, un caldo colore
che seduce inconfondibile biondo-
nocciola, materno eppur vagabondo
infuso che nacque dal grande amore
tra il pittore Bernardino Luini
e la sua spettacolare modella
ritratta Madonna nel Santuario,
che in pegno d’affetto a lui offrì quella
bevanda tra l’epico e il leggendario,
deliziosa e meglio dei miglior vini.
Piccola gita extra-moenia brianzole. Oggi vi porto a Saronno, una città che mi piacerebbe moltissimo fosse in Brianza e invece ci sta fuori, sia pure per pochi chilometri in direzione ovest, oltre il fiume Seveso. Saronno è una piccola enclave varesina incuneata tra le province di Como e Milano, una deliziosa località con un centro storico pedonale davvero da percorrere almeno una volta.
Ma il primo luogo che merita una visita a Saronno è il Santuario della Madonna dei Miracoli, un gioiello d’arte che segnalo soprattutto per gli affreschi di Bernardino Luini.
E a Bernardino Luini è legata la nascita del notissimo liquore Amaretto, il liquore italiano nonchè quasi-brianzolo più venduto al mondo. Io pensavo che il più venduto fosse il Martini, ma mi sono dovuto ricredere. Mi hanno detto che in Russia è fiorentissima l’attività di falsificazione dell’Amaretto di Saronno, tanto tale bevanda alcoolica è diffusa in quel paese.
E parliamo allora di questo delizioso liquore, la cui fama è tale da diventare il riferimento principale del toponimo saronnese. Come molte ricette a base di mandorle, esso è di antichissima tradizione e affonda le sue origini nel 1500.
La leggenda narra che nel periodo in cui Bernardino Luini soggiornò a Saronno egli alloggiò presso una locandiera di particolare bellezza, di cui si innamorò al punto da proporle di essere la modella per la sua Madonna sull'affresco del Santuario. Lei lusingata, per ringraziarlo gli offrì un elisir di erbe, zucchero tostato, mandorle amare e brandy che venne immediatamente apprezzato e si diffuse in pochissimo tempo.
Il liquore mantenne quindi un significato di affetto, cordialità e amicizia ed è oggi uno dei prodotti italiani più diffusi all'estero, si dice sia il quarto brand italiano conosciuto al mondo dopo Ferrari, Nutella e Barilla. Amaretto di Saronno infatti non viene tradotto e il nome resta invariato in tutte le lingue.
Nella città di Saronno ha ovviamente sede lo storico stabilimento dell'azienda Illva Saronno S.p.a., produttrice del liquore con il marchio "Disaronno". Il liquore Amaretto può infatti anche essere preparato in modo casalingo e molte famiglie hanno una loro ricetta: non è, infatti, un liquore distillato, ma un preparato per infusione in base alcolica, come il limoncello.
Un’ultima nota, sulla azienda Illva: essa è detentrice di altri famosi marchi italiani come Amaro 18 Isolabella, Vodka Artic, Rabarbaro Zucca. Produce anche diversi liquori siciliani come il Marsala Florio. Il mio amico valentissimo fotografo Marsala Florio, nell’apprendere questo, ne sarà sicuramente felice.
Brianza Battle
Barbarossa là arrogante ci guarda,
milanesi e brianzoli, schierando
truppe dell’Impero: pronto col brando
sguainato e in volto un'aria beffarda,
ride al marchio della lega lombarda
sventolante sul Carroccio sin quando
si ode forte e risoluto il comando
dello svevo imperatore e non tarda
la risposta dei lombardi a difesa
di Tassèra in quel di Alserio, nell’anno
del Signore mille centosessanta
il nove d’agosto, ma l’unno canta
troppo presto la vittoria e saranno
i suoi, vinti, in quella verde distesa.
Sonetto quasi carducciano: Sta
A Tassèra si tenne una delle tre grandi battaglie della storia che – a mia memoria - si svolsero sul territorio brianteo (escludendo quindi piccole scaramucce): la battaglia tra francesi ed austro-russi a Verderio del 1798 (di cui ho già parlato), la Battaglia di Desio tra i Visconti e i Torriani del 1277 per il controllo del futuro Granducato di Milano (di cui spero parlerò in un prossimo post sui Visconti in Brianza), e la Battaglia di Tassèra appunto, di cui parlerò ora.
La vigilia della festa di S. Lorenzo (9/10 agosto), ad Alserio si ricorda la battaglia del 1160, vinta dai Milanesi e dagli abitanti di Erba e di Orsenigo (con il fondamentale supporto di duecento cavalieri bresciani) nella frazione di Tassèra, contro l'esercito di Federico I di Hohenstauffen detto il Barbarossa, accorso per costringerli a levare l'assedio che avevano posto attorno al castello di Carcano.
Era la prima volta che in campo aperto i lombardi riuscivano a sostenere l'urto delle milizie guidate dall’Imperatore, preludio alla vittoria finale che la Lega Lombarda avrebbe poi conseguito a Legnano qualche anno più tardi.
Veniamo ai dettagli. Nel 1160 la rocca di Carcano, nel nord brianteo, era stata presa da un nucleo di militi del Seprio e della Martesana, quelli che nel settembre del 1158, rompendo la fede dei giuramenti che li legavano al Comune di Milano, avevano fatto atto di sottomissione al Barbarossa.
Nelle prime ore del mattino del 9 agosto 1160, i fanti milanesi, erbesi e orsenighesi (si dice così?), che assediavano Carcano stanziati presso Tassèra, mossero in battaglia all'avanzata di Federico I portando innanzi il Carroccio, eretto a simbolo delle libertà comunali. La mischia si fece subito accanita, l’Imperatore e con militi tedeschi e pavesi si spinse contro il Carroccio, che venne rovesciato e spogliato della croce e del vessillo comunale.
Ma mentre essi si attardavano ad inseguire i fanti destinati alla difesa del Carroccio, i militi milanesi colsero all'improvviso alle spalle gli imperiali e, sbaragliati, li inseguirono per oltre due miglia. L'Imperatore, riconosciuta l'impossibilità di sostenersi con i pochi uomini rimasti, si affrettò a battere in ritirata e con la coda tra le gambe verso Como.
Qualche bella foto rievocativa e informazione in più sulla battaglia di Tassèra la ritrovate qui. Perchè questa battaglia mi intriga assai? Perché a mio avviso è assai più importante della pur definitiva e più nota vittoria di Legnano, di qualche anno più tardi. Perché quella battaglia diede la prova all’Italia Comunale che “gli americani” del Sacro Romano Impero potevano essere battuti sul campo.
Mi immagino nelle osterie della Brianza il giorno dopo, non si sarà parlato d’altro: ohè bagaj, hann battuu el Barbarossa su a Tassèra, ier mattina! Una vittoria sulla carta impossibile, come sarebbe quella dell’Italia del rugby contro gli All Blacks. Eppure ciò successe, e fu il primo zampillo che faceva franare la diga imperiale.
Io amo assai l'alto medioevo comunale, che ha sempre rappresentato il buco nero della storia padano-celtica (nonostante la roboante simbologia di facciata del Carroccio e dell’Alberto da Giussano con spada sguainata, provate un po’ a chiedere a un Calderoli infervorato di fuoco padano se mai la conosce, la battaglia di Tassèra): è pertanto utile e bello ricordare a tutti che il truce Barbarossa se lo calcò in lungo in largo (e meglio se da perdente), il Brianzashire.
Soprattutto per non obliare che un pezzettino di storia patria (sopratrtutto per l'italia che è ancora il paese dei cachi e dei mille comuni) è passato anche dal lago di Alserio, a inzupparsi di brianzolitudine.
Brianza West Side Story
Lentate sul Seveso, mio confine
e orizzonte ultimo, occidentale
aspra Finisterre sulla statale
dei Giovi, garritta sulle colline
con reticolati robinie e spine
di rovo, Lentate ora e sempre uguale
a te stessa, con quel piscio essenziale
che ti ha vista nascere tra le brine
e le nebbie, meretricio di un fiume
che ancora ti eccita nonostante
le sue rughe, nonostante il bitume
dei suoi argini rifatti durante
il secolo breve, un lifting con spume
che rende il suo volto più conturbante.
Lentate sul Seveso. Un bastione a difesa della brianzolitudine sul confine occidentale. Dove - parafrasando Remarque - non è che ci sia molto di nuovo, ma è un luogo dove un cultore del bello deve quantomeno passarci per una degna visita.
Visitare cosa, a Lentate? Innanzitutto e soprattutto gli affreschi recentemente restaurati nella Chiesa-Oratorio di Santo Stefano, nella piazza centrale. Di scuola giottesca, questo notevole ciclo pittorico illustra la vita dell’omonimo Santo. L’Oratorio – recentemente restaurato - è visitabile la domenica ore 10-12/15-18 fino al 31 ottobre, da novembre a marzo ore 14.30/16.30 (per informazioni, contattare la biblioteca civica).
L’Oratorio rappresenta uno dei monumenti trecenteschi lombardi più importanti, noto in particolare per il considerevole ciclo di affreschi della Leggenda di Santo Stefano (quarantatre riquadri), il più vasto mai dedicato al Santo in Italia.
All’esterno l’Oratorio di Santo Stefano di Lentate si presenta con una semplice facciata a capanna di mattoni cotti, arricchita con lesene e simboli araldici della famiglia Porro, la committente. Per la costruzione dell’Oratorio furono impiegati soprattutto mattoni cotti, ma anche ciottoli di fiume, specialmente nelle murature di tramontana e di mezzogiorno.
L’edificio era parte di un complesso di costruzioni identificate in alcuni documenti come il “Castello” dei Porro: una sorta di costruzione ricca di molti locali dalle differenti destinazioni d’uso, disposti intorno a un cortile centrale, il cui accesso era posto direttamente sulla piazza del paese.
Il restauro effettuato sul ciclo pittorico ha avuto come principale obiettivo il ripristino dei colori
originari, rilevante per un Oratorio come quello di Lentate, che ha il merito di possedere ancora intatto il ciclo di affreschi trecenteschi, composto da ben 43 riquadri, raffiguranti la leggenda di santo Stefano. Ispirata forse da miniature presenti in codici coevi, la narrazione della vita del santo è affrescata in due registri che coprono le pareti dell’aula, con l’eccezione dell’arco trionfale, nel quale spicca per la sua centralità il Cristo in mandorla, nell’atto di giudicare i morti.
Nel presbiterio si estende la Crocifissione, ricca di cavalieri. Sulla parete di tramontana vi è il monumento funebre del conte Stefano Porro e di fronte, sull’altro lato, una prima scena affrescata che rappresenta san Giorgio in procinto di uccidere il drago per salvare la principessa e un’altra scena con la donazione del modellino dell’oratorio al santo protettore nella quale spicca il conte Stefano, seguito da tutta la sua famiglia.
Sullo zoccolo delle pareti sono presenti affreschi più recenti e curiosi graffiti murali che rappresentano lucci minacciosi dal dimostrato significato allegorico. Altri graffiti e affreschi sono presenti su tutte le pareti dell’Oratorio.
Parliamo ora del nome della località: Lentate. Don Giovanni Varina, parroco del paese dal 1843 al 1859, propose tre differenti e possibili interpretazioni del toponimo, verificate all'interno dei registri parrocchiali:. Nella prima, il nome deriverebbe da lentificus (lentischio), una pianta che Plinio il Giovane citava nei propri scritti come utile per la produzione di olio; e' dunque plausibile che, in epoca romana, a causa dell'importanza rivestita dall'olio nella societa' la natura delle coltivazioni locali avesse dato luogo alla forma sincopata lentificatum, ovvero "luogo in cui si produce lentischio".
Nella seconda, l'origine andrebbe invece ricercata nella coltivazione del lino, descritta da Pietro Verri come tipica del ducato di Milano del V-VI secolo. Il vestirsi di lino tipico degli abitanti sarebbe risultato appariscente agli occhi degli altri galli, pastori abituati ad abiti di lana, cosa che avrebbe portato alla nascita del nome Linteatum.
La terza possibile ipotesi ricollega il nome del paese al termine latino lentus, che nella forma lentatum si sarebbe riferito al più lento corso del corso del fiume Seveso una volta raggiunta la valle di Lentate (a causa degli argini presenti più a monte, a Carimate, che ne frenavano l'irruenza).
Quale che sia la soluzione del rebus, la cosa davvero importante è che anche qui a Lentate è Brianzashire. Tutto il resto è opinabile, ma almeno questa è una certezza: una delle poche, sulla riva orientale del Seveso River.
Credits: Wikipedia
Brianza July 30, 2009
Soffermate sull’arida sponda
le trivelle si sono fermate.
La Po Valley rinuncia alla sonda
che voleva con sue trapanate
introdurre nel Parco. Esultate
o brianzoli, al sudore che gronda
per il vostro cimento: è rotonda
la vittoria che va da Merate
a Missaglia e dovunque in Brianza,
ma bisogna che abbiate il coraggio
di sfruttare energie in abbondanza
dal risparmio, dal vento e dal sole.
Se al petrolio dir no vi par saggio,
più il sarà saper ciò che si vuole.
Chi lo avrebbe mai detto... Così presto? Le trivelle del petrolio in Brianza si sono fermate. Con il comunicato del 30/07/2009 apparso sul Sito del Ministero dello Sviluppo Economico, è apparso infatti quanto segue:
COMUNICAZIONE DI RINUNCIA: Permesso di ricerca "Bernaga"
In data 30 luglio 2009 la Società Po Valley Operations Pty Ltd, in nome proprio e per conto della contitolare Edison S.p.A., ha rinunciato all'istanza di permesso di ricerca originariamente denominata "Ossola" e successivamente riperimetrata e denominata "Bernaga", ubicata in territorio della Regione Lombardia. È pertanto annullato il relativo iter procedimentale di conferimento. Il Direttore Generale: TERLIZZESE
In Brianza eravamo ormai pronti per la campagna difensiva d’autunno, e invece Po Valley ha gettato prematuramente la spugna. Adesso è tutto un attribuirsi la vittoria da parte dei diversi soggetti scesi in campo, vittoria che ha sempre come è noto molti padri, mentre la sconfitta è sempre orfana.
Vi dico la mia. La vittoria è innanzitutto della gente che ha firmato la petizione contro il Pozzo: 30.000 persone che in un mese hanno testimoniato la loro contrarietà a un pozzo di petrolio nel Parco di Montevecchia e della Valle del Curone. Sicuramente poi, più di una forza politica ha lavorato alacremente a livello locale, per contrastare tale iniziativa. Le Amministrazioni comunali e provinciale, inoltre, hanno avuto il merito di dire NO chiari e inequivocabili.
Ma a due persone, davanti a tutti, darei la palma della vittoria ottenuta: Alberto Saccardi, equilibratissimo Presidente del Comitato NO AL POZZO e poi Giovanni Zardoni, infaticabile anima del movimento, che ha informato e animato tutti dal suo blog con puntualità e tenacia davvero encomiabili.
Ci sono alcune zone “grigie” in questo successo, che è arrivato insperato e a mio avviso troppo in anticipo. C’è qualcosa che non torna. Io ho una mia idea e me la tengo per me. Quello che davvero importa è che – a seguire da questa positiva esperienza – parta un movimento che non faccia restare le cose come sono: occorre un vero impulso al risparmio energetico, per fare in modo che quel petrolio non estratto sia recuperato mediante comportamenti virtuosi.
Eccovi tre decaloghi per il risparmio energetico: per l’abitazione, per l’impresa e per i trasporti. Semplici stili di vita e abitudini gratuiti che possono – se messi in atto con costanza quotidianamente – davvero risparmiare quel petrolio che sta sotto i nostri piedi, a quota -6.000 metri. Basta solo un po’ di buona volontà. Se da subito si partisse tutti con tali stili di vita, potremmo dire che la vittoria contro le trivelle nel Parco sarebbe davvero completa.
Brianza Comunist
Prete settantenne, armato e sul pezzo
è il Don Giorgio a Monte di Rovagnate,
combattente guerrigliero col vezzo
di sparare a zero gran cannonate
contro il Silvio d’Arcore o là nel mezzo
della piana di Pontida, ove ondate
oceaniche verdastre dal grezzo
pensiero - lui dice - vanno, incantate
dal sogno padanico imbarbarente.
Certo un prete scomodo, cui il niente
da perdere in vita forse consente
parole che ad altri vengono in mente
e muti: un coraggio quasi incosciente,
ma ammirevole nel nulla presente.
Don Giorgio De Capitani - www.dongiorgio.it - è un prete molto scomodo e che usa parole forti, critiche, anche aggressive verso il Potere e in particolare verso la Lega e l’attuale Premier. Ma perché
se ne occupa oggi la brianzolitudine? Semplicemente perché Don Giorgio quelle parole le spende - oltre che sul web - nella Parrocchia di Monte di Rovagnate, in pieno Parco del Curone.
Sì avete capito bene, proprio a poche decine di metri da uno dei simboli più cari della mia amatissima Brianza: la collina dei cipressi, una delle tre famose piramidi. A Monte di Rovagnate, per l'appunto.
La prima cosa che colpisce e stupisce di questo settantenne prete di campagna è la sua assoluta dimestichezza con il web: ammetto che il mio blog fa una tapina figura rispetto al suo super-sito, che davvero non si fa mancare proprio nulla. C'è la web tv, l’apposito canale You Tube, lo spazio per i sondaggi, le news e addirittura un libro da scaricare gratuitamente in pdf. Un vero e proprio Don 2.0.
Riconosciutigli tutti i dovuti onori dell'html, veniamo ora ai contenuti del DonGiorgio-pensiero: contenuti duri, netti e alquanto spinosi. Don Giorgio, per quanto ho inteso visitando il suo sito web, è un prete di idealità, come dire? Diciamolo pure, comunista. E le sue posizioni intransigenti stanno creando qualche grosso grattacapo: innanzitutto a Don Molinari, vicario del Vescovo a cui egli risponde direttamente, ma soprattutto al Cardinale della Diocesi di Milano, Dionigi Tettamanzi, il quale pure è considerato dalla vulgata cattolica su posizioni relativamente “progressiste”.
Don Giorgio è uno che si mette in gioco fino in fondo, probabilmente ha ben poco da perdere: egli crede sinceramente nelle sue idee e le espone a ruota libera, mena duri e pesantissimi fendenti del tutto dimentico della Ragion di Stato Vaticana; semplificando, egli è un po’ come un Di Pietro che scavalca abitualmente Franceschini a sinistra.
Personalmente, però, a me ricorda un po’ di più - mutatis mutandis - il Padre Cristoforo di manzoniana memoria. E proprio per questo io credo che egli presto o tardi si dovrà fare una bella “passeggiata a Rimini” (non certo al Meeting di CL) per intervento di qualche solerte “conte zio” (chi ha orecchie manzoniane per intendere, intenda).
Volete il mio parere su di lui? Io Don Giorgio lo trovo francamente eccessivo, sia nei modi che nei contenuti. Soprattutto per il ruolo pastorale ed ecumenico che dovrebbe rappresentare e del quale mi sembra un po' troppo dimentico. Epperò, devo dirvi che nel leggerlo ammiro davvero il suo duro, puro e intransigente coraggio. Don Giorgio è uno che le sue idee non le manda a dire e sulle quali ci mette il peso di tutti i suoi settant’anni, la sua dignità di uomo e di prete. A Voltaire questo personaggio sarebbe piaciuto assai.
E io credo che, al di là delle posizioni che assume, egli stia dando una notevole lezione di ardimento in un mondo dove le opinioni scomode più non si proferiscono, a malapena si pensano. Don Giorgio, semplice ma non mite curato di campagna nel Brianzashire, quasto solitario coraggio (al limite dell’incoscienza) ce l’ha. Chapeau.
Brianza Furnace
Non c'è molto spazio per le parole
a Briosco, in quella vecchia fornace
persa nell’argilla. Riposi in pace,
ma a me che percorro tonde aiuole,
vane rotatorie stradali al sole
di luglio, a una chiesa rossa che tace
in questa frazione mai più capace
di offrire piastrelle o mattoni, duole
scorgere una scheggia del mio universo
incistarsi al nulla su questa valle
di Lambro, sepolta da un cielo terso
oltre le colline e le vecchie stalle
tumefatte, molle grumo di terra
ocra licenziata all’ultima guerra.
Giacchè vi sono appena transitato, oggi vi parlo di Fornaci di Briosco in Provincia di Monza e Brianza, anticamente detto "il villaggio nato sui mattoni". Un nome che segnala una presenza industriale antica, la quale ha segnato per lungo tempo il corso dell’economia locale.
La produzione di tegole, piastrelle, mattonelle e mattoni in questa zona brianzola è da ricondurre alla abbondante presenza di argilla, che da secoli venne escavata e utilizzata per la produzione di varia oggettistica. Questa materia prima ha caratterizzato la storia del luogo probabilmente già dall'epoca romana, come testimoniano alcuni manufatti in terracotta rinvenuti casualmente a seguito di scavi per la ricostruzione di strade ed edifici.
Già nel 1600 le Fornaci di Briosco erano rinomate per l’ottima qualità dei depositi di argilla, lasciata dal prosciugamento delle acque del Lambro. Con il passare degli anni, esse assunsero notevole importanza per l'economia locale, tanto che, nell'800, presso gli opifici, sorsero alcuni insediamenti per gli operai, che portarono alla nascita di una nuova frazione del Comune di Briosco, denominata appunto Fornaci.
Nel 1912, con l'apertura (1911) della Ferrovia Briantea da Monza a Molteno e Oggiono, venne realizzata anche la breve diramazione di quattro chilometri che, dalla stazione di Renate-Veduggio, raggiungeva Fornaci.
Il capolinea era fissato presso un incrocio stradale (Briosco - Capriano - Inverigo), con un piccolo fabbricato di stazione che, non essendo adibito ad uso viaggiatori, era più conosciuto come il "casello". All'interno degli stabilimenti una rete di binari a scartamento ridotto permetteva di convogliare i carrelli, spinti a mano, fino al punto di carico del materiale finito.
La concorrenza dell'autotrasporto che con gli anni andava affermandosi ed i primi problemi legati alla scarsità di materia prima, che portarono poi, intorno agli anni sessanta, alla chiusura delle fornaci, decretarono la cessazione del servizio ferroviario ancor prima della Seconda Guerra Mondiale. In quegli anni il "casello" venne utilizzato come edificio scolastico per i bimbi della zona, mentre la ferrovia venne bombardata dagli Alleati, a causa della di un deposito di munizioni in sito e servito da quella.
Nel secondo dopoguerra, evidenziatisi i problemi legati alla scarsità della materia prima per le fornaci, il raccordo ferroviario venne dismesso e ben presto dei binari non rimase traccia. Anche le fornaci, a seguito delle graduali ma continue chiusure, sono state quasi tutte demolite.
Oggi Fornaci di Briosco è una frazione brianzola come tante, sulle rive del Lambro. Un altro piccolo lembo di storia patria che se ne va per la tangente. Tra qualche decennio ne resterà solo il nome e nessuno più coglierà il senso di quanto è successo. Capiterà a Fornaci di Briosco, capiterà a tutto quello che ci circonda. Oggi sono così, immalinconito dal periodo agostano adveniente, sotto il sole cocente. Non è sole nero, ma poco ci manca.
Esòpo Livornès e Fedro Brianzoeu
Αá¼´λουρος καá½¶ μá½»ες – Mures et Felis
Nel quartier de San Rocch, in ona cà
de Seregn gh'era on pien de pantegan,
inscì grass che parèven grand sultan.
On gatt de Camparada l’ha pensaa
ben de viv là da lor e inscì l’è nàa
decìs, per majaj tutt. Ma i ratt nostran
staven saràa ne la tana, lontan
dal gatt e quest allora el s’è sdraiaa
per terra, come foss on mort stecchii,
specciand che i ratt vegnissen foeura tutt.
Ma el pussè svej de lor, ch’heva capii
quel trucch, el g'hà vosaa: - Ohè, gatton brutt,
nunch minga vegnaremm nej tò paragg
nanca se fusset fetta de formagg!
Le ferie agostane si stanno avvicinando, ragion per cui è cosa buona e giusta virare i temi della brianzolitudine su soggetti più lievi, se non veri e propri divertissement. Mi pare ideale allora proporvi la trasposizione in lingua meneghina e livornese di alcune tra le più celebre favole di Esopo, contestualizzate in vernacolo toscano dal noto pittore Paolo Parente, originario della terra di Dante ma da decenni ormai fecondo abitatore dei loci brianzoli.
Il sottoscritto ha poi provveduto all'ambientazione della medesima fabula in ambito brianzolo, integrandola col sonetto di cui sopra. Iniziamo qui con la favola del gatto e dei topi: una simpatica e assai istruttiva storiella per la quale, più sotto come noterete, è data in esergo nei due vernacoli la famosa “morale”. Buona lettura!
Ir Gatto e’ Topi
Chi è prudente perdavvero, una vorta ‘he ha capito la malafede di varcùno,‘un si lascia più ingannà dalle su’ moine, propio ‘ome succede nella seguente favola.
In una ‘asa d’Antignano c’era pieno di topi e di tarpòni. Lo venne a sapé un gatto ‘he si decise d’andacci a vìve per potésseli mangià tutti, uno per uno.
All’inizio ir gatto riuscì ner su’ intento, ma poi ‘topi si resero ‘onto der perìolo costituitho dar vorace felino e così se ne stavano rimpiattati bene bene nelle loro tane pe’ ‘un fassi beccà.
Allora ‘r gatto ‘apì che bisognava escogità un ber trucco pe’ prende que’ topi furbi. Perciò ir micio si distese fermo e immobile in un angolo della ‘asa, fingendo d’esse morto stecchito, allo scopo di fàlli sortì da’ bu’hi ‘nder muro.
Ma un topo, facendo ‘apolino gni disse: “Déh, bimbo! Anche se tu ti trasformassi in una forma di formaggio, stai siùro che noi vicino a te ‘un ci si verrà mai!”
El Gatt e i Ratt
Chi l’è per davvera prudent, quand l’ha capii la malafed de quaidun, el se lassa minga pù ingannà da i sò carezz, propri come succed ne la favóla seguent.
In óna cà de Seregn gh’era ón pien de ratt e de pantegan. Ón gatt l’è vegnùu a savell e l’ha decidùu de nacch dent a viv per podè mangiaj tutt, a vun a vun.
Al princippi el gatt l’è ben reussii nel sò intent, ma dòpo i ratt hann capìi el pericól rappresentaa da quel felin gólòs e staven semper nascost in quej lór tànn, per fass minga ciapà.
Allora el gatt l’ha capii che bisógnava pensaa a ón bel trucch, per pódè ciappà quej ratt inscì scrocch. Pertant el gatt el s’è destendùu fermo in ón angol fingend de vess mort stecchìi, per faj vegnì foeura da i bus in del mur.
Ma ón ratt, casciand foeura la crapa el g’ha dii: “Deh, pirla! Anca se te se trasfórmasset in óna fórma de fórmagg, sta segùr che visìn a tì nunch vegnarèmm mai minga, assólutament!”
Brianza High School
Per bigiare si andava al bar Milano
a bere un cinzanino e poi, pian piano
ci si recava mano nella mano
sul lungolago di Lecco, nostrano
struscio per pomiciate un poco strano,
forse troppo visibile e mondano,
ma perfetto per stare il più lontano
possibile dal tema d'italiano
e più vicino a quel tuo sguardo, vano
barlume adesso che è appena un ruffiano
ricordo, ma quel giorno con la mano
nella mano quel gusto di Cinzano
delle tue labbra era un sogno tzigano
su quella bocca color melograno.
Difficile non cadere nel crepuscolare, quando si ricordano i bei vecchi tempi del liceo. Ci sta perfetto come colonna sonora di questo post quel famoso valzer da feste di piazza: Piemontesina bella. Vale la pena citarne un brano, di questa dolcissima canzone dal monello sapore di soft petting, di camporella leggera, molto gozzaniano: "Addio bei giorni passati / mia piccola amica ti devo lasciar / gli studi son già terminati / abbiamo finito così di sognar. / Lontano andrò / dove, non so / parto col pianto nel cuor / dammi l’ultimo bacio d’amor. / Non ti potrò scordare / piemontesina bella, / sarai la sola stella / che brillerà per me. / Ricordi quelle sere / passate al Valentino, / col biondo studentino / che si stringeva sul cuor?"
Eh già, quanti bei ricordi. Ricordi che affiorano sempre se ripasso sotto le mura del mio Liceo Grassi a Lecco, quando ancora aveva la sede staccata in piazza XX Settembre, sul lungolago. Luogo splendido ancora oggi, anzi forse soprattutto oggi che il traffico è stato del tutto spostato in galleria, sulla nuova Statale 36.
Ci torno sempre volentieri sotto quelle mura ex-liceali a foggia di vecchio castello, anche per fare due chiacchiere con la mia carissima amica Kimsy, sulle cui ali poggia il peso operativo di un importante assessorato lecchese (non dico altro per motivi di legittima privacy, anzi: alcuni indizi cara Kimsy li ho già lasciati).
La bigiata tipica ai miei bei tempi lecchesi (posso fare outing adesso finalmente, dopo tanto tempo?) era al Bar Milano, che stava appena sotto la stazione. Talmente sfrontato, quel bar, da esporre all'interno addirittura un cartello incitante la marinata scolastica: Bigi? Sano! Andiamo al Bar Milano... Quel bar era davvero l'Osteria della Luna Piena dei bigiatori incalliti, il punto di raccolta mattiniero dei più pigri e sfaticati o impreparati che dovevano tirare mezzogiorno, per evitare il compito in classe rognoso o l’interrogazione sicura.
Tutto bello? Beh sì, certamente, tranne che per un ma. Da brianzolo mi tocca dire che a Lecco tirava già un’aria troppo gaudente: lo studente lecchese bigiava con molta più nonchalance e leggerezza d’animo, mentre noi semplici brianzoli, ragazzotti calvinisti paolotti, vivevamo sempre la bigiata con un senso di colpa e di rimorso. Insomma, c’era poco spirito dionisiaco nella bigiata, d'altronde i brianzoli sono nati per soffrire e soprattutto per lavorare, sempre.
O quasi sempre. Perchè quando si bigiava con la tipa, per limonare piacevolmente sul lungolago lecchese in una splendida giornata di sole primaverile, almeno lì le cose cambiavano...
Ah, devo proprio ripetermi: che belli i ricordi del buon tempo liceale che fu. Il Fogazzaro ci avrebbe scritto un languido romanzo in chiaroscuro, su queste mie emozioni lacustri di piccolo studentello antico e brianzolo. Io, ben più modestamente, ci ho scritto solo questo post su Splinder. Come diceva il Nostro? Adelante cum juicio, oppure come più sobriamente recita l’adagio brianzolo: fà minga el pass pussèe long de la gamba.
Brianza Jewel
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Ma se l’è questa scatola inscì bella?
Si chiese il prete contemplando quella
teca d’argento scintillante (nella
torre di Brivio, sotto una quadrella
trovata) spalancando la mascella
per lo stupore, siccome qual stella
risplendeva nel fango. Sua sorella,
perpetua risoluta e colonnella,
gli disse di tornare alla cappella
per far venire il sagrestano della
chiesa. Quì giunto, il sacrista in mantella
irrise entrambi, il Don e la zitella:
Ghe ne voeur minga inscì tant de cervella,
Questa robba, o signor, l’è ona capsella!
Capsella, chi era costui? Devo ammettere, carissimi amici della brianzolitudine, che anche il sottoscritto si sarebbe preso il suo bello shampoo da quel dotto sacrestano, non sapendo minimamente cosa cavolo fosse quella strabenedetta capsella. Ma in soccorso viene tosto il mitico De Mauro, che a cotal domanda rispose dritto e preciso come un fuso:
ca|psèl|la
s.f.
1 TS stor., nei primi secoli del cristianesimo, cassetta usata come reliquiario o per contenere le ostie sacre.
Chiarito ciò, i più svegli e avveduti tra voi lettori si chiederanno cosa mai c’entri quella bella capsella in foto con l’antica torre di Brivio. Ebbene: saprete tutto se verrete venerdì prossimo 17 luglio alle ore 21:30 nel Comune di Brivio, dove sino a fine luglio si terrà la mostra che ha al centro proprio quel meraviglioso reliquiario-capsella. Il programma dettagliato dell'evento lo trovate qui.
Eccovi qualche anticipazione. Sicuramente il più bello e prezioso manufatto archeologico rinvenuto in Brianza, questa capsella argentea è di forma ovale (cm 12x5,5x5,7, oggi conservata al Museo del Louvre) con tracce di doratura, la cui decorazione a sbalzo e bulino (con ritratte scene della vita di Cristo, tra cui l’adorazione dei Magi e la resurrezione di Lazzaro) suggerisce una datazione del reperto alla prima metà del V secolo d.C.
La capsella originale - va detto - è e rimarrà tuttavia al Louvre, museo un tantinello arrogante che inizialmente ha opposto forte resistenza per la realizzazione della copia destinata al comune di Brivio, che pur ne era l'originario legittimo proprietario. Quella esposta a Brivio è la copia fedelissima, realizzata a laser. "Al Louvre temevano che il calco rovinasse l`originale, quindi è stato utilizzato un sofisticato sistema di laser per riprodurla fedelmente" ha spiegato l'Assessore briviese alla Cultura Ugo Panzeri.
"La ricostruzione è fatta in rame ricoperto d`argento e lamine d`oro. E' sicuro che risalga al quinto secolo D.C:, un periodo in cui Simpliciano era succeduto ad Ambrogio e allora probabilmente la reliquia ha transitato a Beverate. L`ultima visita in Italia dell`originale è avvenuta in occasione di una mostra a Palazzo Reale a Milano sul passaggio tra Impero romano e Medioevo, negli anni Novanta."
La capsella fu scoperta per caso nel 1888, nel terreno durante uno scavo nella vecchia torre per posizionare la caldaia di una filanda. Quando si dice che una rosa può nascere nel fango…
Un oggetto talmente prezioso e bello che, per l'appunto, fu subito richiesta dal Louvre di Parigi per una esposizione, e purtroppo dal Louvre parigino non è più sulle itale sponde ritornato in originale (tranne una sola volta, come più sopra diceva l'Assessore, per la mostra sulla Milano imperiale).
Che volete farci, i cugini francesi da secoli ormai ci fregano tutte le nostre cose più importanti e che contano davvero: monne lise, capselle e belle modelle. Cade quindi proprio a fagiolo l’occasione per rivederla venerdì prossimo a Brivio (non
Che la capsella sia con voi!
Destroyed Brianza
Acido solfidrico nel barbera,
schizzi di petrolio nella minestra
dei morti sepolti alla Bagaggera
da seimila anni senza finestra
sul mondo, ma sarà peste e colera
disse un comitato neo-Clitennestra
malcreduto e il vaticinio si avvera:
lave di veleni e qualche ginestra
leopardiana in fiore là in quella piana
che a breve sarà trapassata (come
la città di Troia) nelle sue mura
invisibili di parco, iattura
di Ulisse nostrani con falso nome
e vessilli di una ditta australiana.
Il pessimismo della ragione, l’ottimismo della volontà. Altro poco ormai ci resta, dopo il voto al Senato con senatori indegni del territorio che rappresentano, che hanno lasciato tramutare in legge dello Stato una follia governativa, consentendo di trivellare impunemente a petrolio uno dei più bei parchi regionali della Lombardia: il brianzolo Parco del Curone.
E cosa bisognerà adesso fare per evitare che i nostri antenati morti del neolitico, sepolti in quel Parco a rischio ormai certo di pozzo, vengano trapassati da trivelle pronte a tutto pur di succhiare quel poco petrolio a quota meno seimila metri?
Cosa dovremo dire alla gente, per convincerla che non è bene per i nostri figli respirare quotidianamente dosi anche minime di acido solfidrico, uno dei gas più velenosi che esistano e tipico sottoprodotto di qualsiasi trivellazione petrolifera?
Come potremo argomentare per far sì che il Comitato No al Pozzo venga preso sul serio, dato che le sue previsioni circa il nefasto futuro di una Brianza petrolifera vengono quotidianamente derise da politici che a tutto pensano (a cominciare dal dio quattrino) fuorchè alla tutela di quel poco di verde che ci resta?
Essi affermano che ci sarà un pozzo esplorativo e poco altro. Ma sappiamo bene che quel pozzo è solo un Cavallo di Troia, serve a misurare quanti soldi si possono impunemente pompare dal nostro sottosuolo, senza beneficio alcuno per le nostre popolazioni e altissimi ricavi per la concessionaria Po Valley (e a seguire, a pioggia, possiamo già immaginare per chi).
Siamo ormai cittadini inermi, blanditi da politici che a parole dicono di volere la tutela del territorio e di essere padroni a casa propria, ma che poi tirano a sorte i brandelli della nostra terra quasi fosse la tunica di Cristo, per un misero piatto di lenticchie.
Ora, ci resta solo il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà. Faremo il possibile per evitare che la Brianza si trasformi in un “nulla etterno”, beneficiando una anonima multinazionale di un bel pacco di miliardi di Euro. Il petrolio a me e i veleni a te: chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato.
Meditate lettori brianzoli, finchè siete in tempo, mediatate.
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