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martedì, 20 maggio 2008

Brianza Labyrinth

  

Tesei brianzoli, sepolti in bianca

marna a Olgiate Molgora (o Olgiate Calco)

là dentro quell'umido catafalco

d'acqua carbonata, a poca palanca,

tre Pater sei Ave per farla franca

dai crolli, tra amici occhi di falco

radar, pipistrelli neri sul palco

rovesciato di una trave, che affianca

muli umani crocefissi al carrello

sotto il San Genesio che non si vede,

ma si invoca ad ogni frana al livello

cinque, il più pericoloso, ove siede

un vorace Minotauro dai denti

col marchio di fabbrica Italcementi.

 

Ne accennavo giusto ieri sera agli amici di Brianze: sarebbe davvero il caso di portare un fascio di luce e d’attenzione sulle miniere di Olgiate Molgora-Calco, su quei multipli livelli di gallerie ancora non del tutto esplorate, oggi per la gran parte allagate, sotto il colle del San Genesio. Un mondo nascosto nel quale tre generazioni di brianzoli si sono spaccati la schiena e silicati i polmoni per estrarre minerale di marna, destinato e dedicato alla costruzione delle Brianze che conosciamo.

Non che ne sapessi molto pure io, ma mi è bastata una rapida ricerca su internet per trovare quanto serviva, e almeno darvi una idea di cosa diavolo fosse questo Galles minerario brianzolo.

Prima però un chiarimento, che vale per i più giovincelli: qualcuno oggi parla di Olgiate Molgora, qualcun altro di Olgiate Calco; sono paesi diversi, o sono la medesima cosa? Ebbene: attualmente il Comune di Olgiate Molgora è separato da quello di Calco e lo fu anche nel lontano passato, ma ci fu una breve parentesi “unitaria” nel secolo scorso, quando sua Maestà Vittorio Emanuele III il giorno 2 Giugno 1927, con Regio decreto n. 1032. unì o meglio aggregò a forza i Comuni di Calco e Mondonico ad Olgiate Molgora, modificandone appunto il nome in quello di Olgiate Calco.

Tale unificazione perdurò fin dopo la seconda guerra mondiale, si stratificò anche sulle carte di identità di moltissimi: ecco il motivo di questa confusione toponomastica. Per la cronaca (anzi, direi per la storia, ormai), il Comune di Calco ottenne la propria indipendenza il giorno 30 maggio 1953, sotto la presidenza di Luigi Einaudi. A Mondonico invece andò peggio, esso rimase unito ad Olgiate e quest’ultimo riacquistò il nome suffisso Molgora, nome che permane tuttora. Sono stato chiaro? Sperèm!

Torniamo alle miniere delle gallerie, che ce n’è davvero tanta di roba da dire e da vedere. Parlare di quelle miniere equivale, per chi abita a Olgiate Molgora, a ragionare del cupo, misterioso e inquietante Fabbricone e alle relative gallerie sotterranee. Il tempo ha fatto purtroppo dimenticare a molti che nell’area tra via Fabbricone e via San Primo, vicino al Ponte di Bianca un tempo esisteva la grande fabbrica che occupò generazioni di operai e minatori, el Fabbricon che produceva il mitico cemento Portland.

Tutto ciò fino alla metà del secolo scorso, fino ai tragici fatti del 3 giugno 1967 (quando ci furono lo scoppio e incendio dello stabilimento, che causarono la morte di sei operai di Olgiate) che portarono alla trasformazione della destinazione d'uso dell’area sul piano regolatore del Comune, rendendola in sostanza edificabile per la residenza civile. 

E ora andiamo alle origini. Il Fabbricone nacque nel 1906, quando i fratelli Gnecchi (già titolari delle funeste cave di Maggianico, quelle che hanno irrimediabilmente sfregiato il panorama lecchese sul lato est, appena sotto il Resegone) ebbero l’idea di sfruttare i giacimenti di marna posti sotto terra tra San Zeno e Santa Maria Hoè.

L’area dove sarebbe sorto il Fabbricone godeva di notevoli vantaggi logistici. Innanzitutto era collocata a vicino ridosso dello scalo merci della stazione di Olgiate Molgora, sulla linea ferroviaria Lecco-Milano. Poi si trovava vicino alla strada Statale 342 Bergamo-Como (la “Route 66 della Brianza) e alla Statale 36 dello Spluga, cioè la strada che fece il Tramaglino Renzo singing in the rain tornando felice a Lecco, in uscita dalla impestata e tentacolare Milano. Era ed è un vero e proprio crocevia stradale, Olgiate Molgora, un four-way streets per dirla all'americana.

La cementeria sorse nel bel mezzo della zona mineraria: l’area dello stabilimento era originariamente proprietà dei marchesi Sommi Picenardi (dei quali vi segnalo la omonima villa, da visitare assolutamente se passate da queste parti): quella famiglia decise di vendere l’area ai fratelli Gnecchi perchè consideravano l’industrializzazione di Olgiate come un bene per l’intera comunità. Nel 1906 si diede inizio ai lavori, e il Fabbricone con le sue imponenti ciminiere fu pronto nel 1908.

La fabbrica alla sua entrata in funzione era dotata di impianti adeguati per la produzione di cemento Portland naturale. Quasi sicuramente col suo cemento fu edificata la casa di Longone al Segrino, quella dove soggiornò magno cum strazio il nostro Ing. Gadda. La concorrenza cementiera però cresceva di anno in anno, specie dopo l’apertura dell’impianto Italcementi di Calusco d’Adda, nel 1911. Gli Gnecchi non seppero o non vollero reagire alla profonda crisi e cedettero l’intero complesso ai Pesenti, principali azionisti della Società Anonima Italiana Cementi di Bergamo.

I Pesenti intrapresero una forte potenziamento della fabbrica e delle cave di marna (delle quali parleremo tra breve) e di conseguenza, tra il 1914 e il 1925, furono implementati nuovi impianti produttivi. All’apice della sua potenza il Fabbricone produceva 50.000 tonnellate di cemento l’anno partendo da 70.000 tonnellate di pietra grezza. Negli anni successivi, la resa del Fabbricone diminuì lentamente nel tempo, soprattutto a causa dell’esaurimento delle vecchie miniere di marna e della forte concorrenza delle nuove cementerie, molto più efficienti sia dal punto di vista produttivo che energetico.

Parliamo ora delle miniere e della gallerie, già scavate a partire dal 1906. Innanzitutto iniziamo dal complesso minerario denominato “Pelucchi”, che è composto da cinque livelli di gallerie scavate nella marna, sovrapposte e quasi parallele fra loro, di cui i livelli inferiori 2 - 3 - 4 e 5 sono costantemente sommersi dall’acqua di falda e dalle acque di percolazione (acque che rappresentarono per inciso la primaria risorsa idrica dell’acquedotto di Olgiate, prima che il Consorzio CIAB ci portasse l’acqua del lago di Lecco). I cinque livelli di gallerie Pelucchi sono in comunicazione fra loro per mezzo di un pozzo in cemento armato, utilizzato per la salita e la discesa dei cassoni caricati con il materiale di coltivazione. I cassoni scorrevano su binari a scarto ridotto di 60 centimetri di larghezza; i cassoni erano messi in movimento da un grosso argano, tuttora esistente, che li trainava in superficie.

Il primo livello della galleria è fortunatamente in asciutto, con una lunghezza di 130 metri, una larghezza variabile tra 15 e 10 metri; essa è alta circa 12 metri.

Tale primo livello termina con un bivio (visibile sopra in fotografia) che dà origine a due ulteriori tronchi di gallerie: il più grande dei due si sviluppa a sinistra per altri 136 metri con un’altezza di 12 metri e una larghezza di 15 metri. L’altro tronco, che si diparte sulla destra, non è altro che uno stretto passaggio di 2 metri per 2, con uno sviluppo in lunghezza di quasi 360 metri. Questo cunicolo, denominato “Galleria Piave” e quindi scavato probabilmente dopo la prima guerra mondiale, mette in comunicazione il primo livello delle gallerie Pelucchi con il primo livello delle cosiddette gallerie “Buttero”.

Il secondo livello delle Pelucchi, sottostante la galleria principale è lungo 255 metri, alto mediamente 9-10 metri e largo di 10-11 metri. Il terzo livello ha una lunghezza di 270 metri, un’altezza di 9 metri e una larghezza di 10 metri. Il quarto livello si sviluppa quasi uniformemente per 185 metri, con un’altezza di 11 metri e una larghezza di 12 metri. Verso ovest (in direzione della frazione di Monticello; minga el mè Montisell Brianza, veh!) un restringimento conduce verso una nuova galleria di dimensioni abbastanza irregolari, con larghezza variabile tra 2 e 4 metri ed un’altezza compresa tra 4 e 8 metri,che conduce fino al fronte di scavo. Questa seconda galleria prosegue per altri 120 metri.

Il quinto livello Pelucchi è il più breve e lineare, avente uno sviluppo di circa 220 metri di lunghezza, un’altezza di 10 metri ed una larghezza di 11 metri. I vari livelli sono separati tra loro da uno spesso strato di roccia che varia fra 5 metri e i 6 metri, ma in alcuni casi raggiunge spessori maggiori (l’altezza complessiva dello scavo minerario, quindi, è dell’ordine di 70-80 metri). I livelli inferiori, al contrario di quelli più superficiali, sono stati scavati anche in direzione Est, sottopassando pertanto il tracciato della ferrovia Lecco-Milano e la zona della cascina Valicelli. Pare che dal quarto livello un condotto stretto e chiuso da travi di legno marcio porti verso le cosiddette gallerie “Valicelli”.

Per queste ultime si sa ben poco. Ancora oggi un muretto ne delimita l’accesso che si trova però sotto circa 15 metri di terriccio e scarti edili. L’occlusione dell’entrata deve essere avvenuta dopo la seconda metà degli anni Sessanta, a scopo precauzionale. Non sappiamo quanti livelli sono stati scavati: ufficialmente si parla di un solo livello, ma eventuali scavi abusivi erano molto comuni in quell’epoca, specialmente poco prima dell’entrata in guerra.

Ritorniamo ancora alle gallerie Pelucchi: per accedere alla miniera denominata “Buttero” si deve percorrere, come detto, il livello più superficiale delle cinque gallerie Pelucchi e il successivo cunicolo Piave per il passaggio dei vagoncini di miniera. Non vi sono altri passaggi che mettano in comunicazione le gallerie Pelucchi con le Buttero. Le gallerie Buttero sono costituite da tre livelli subparalleli, parzialmente sovrapposti e di dimensioni simili tra loro, che si sviluppano in direzione est-ovest (paralleli alla superficiale Route 66 in direzione Como, per intenderci).

Il primo livello è solo parzialmente allagato da pochi centimetri di acqua, mentre i livelli inferiori sono completamente allagati. Si accede ai livelli inferiori mediante vari passaggi, scale, fori di areazione e pozzi rinforzati con cemento armato. Il primo livello si sviluppa in superficie, con una lunghezza di 260 metri, un’altezza di circa 10 metri e una larghezza variabile tra 11 e 7 metri. Questa galleria termina in corrispondenza della chiesa di Monticello: poco prima del termine vi è un punto con una costante caduta di acqua dall’alto, in corrispondenza del quale vi è in superficie il passaggio del torrente Molgora. Il sottostante secondo livello ha una lunghezza di 270 metri per una larghezza di 9 metri e un’altezza di circa 9 metri, mentre il terzo livello, tuttora in fase di rilievo ed esplorazione, dovrebbe avere le dimensioni paragonabili a quelle delle altre due gallerie.

Il complesso termina con le gallerie “Cepera”, scavate a partire dalla omonima località Cepera, a pochissima distanza dalla chiesa di Monticello, ma ormai nel Comune di S. Maria Hoé. Lo scavo prosegue nella collina sovrastante in direzione della chiesa di S. Maria Hoè e di Rovagnate. Lunghezza e numero di livelli sono attualmente ignoti. Alcune testimonianze parlano addirittura di 12 livelli complessivi. Incredibile cosa si nasconda nella marna sotto terra, parallelamente ai rilievi del San Genesio e di Colle, vero?

I sistemi di scavo utilizzati in queste gallerie per abbattere la roccia erano sostanzialmente di due tipi: il primo era basato sull’uso dei martelli pneumatici alimentati da aria compressa, generata da grossi compressori, il secondo metodo consisteva nell’utilizzare esplosivi disposti in fori detti fornelli di mina, fatti brillare in modo sequenziale. Il Fabbricone sfruttò tutte e quattro le cave di miniera di marna, che riassumendo erano denominate cava Cepera o cava Monticello, cava Pelucchi, cava Buttero e cava Valicelli

Il trasporto dei materiali estratti dai minatori era inizialmente effettuato con grossi carri trainati da cavalli, successivamente sostituiti da una ferrovia a scarto ridotto, dove una piccola locomotiva a vapore trainava una lunga fila di vagoncini che si muoveva all’interno del complesso minerario, collegando le quattro cave fra loro e trasportando il tutto verso il cementificio dove veniva lavorato.

E che dirvi, d’altro? Nulla se non che, honestly speaking, tutta questa dettagliatissima descrizione geografica non è mia, ma è dovuta alla sagace esplorazione del gruppo speleografo dei sommozzatori di Almè (BG), che ovviamente devo e ci tengo a menzionare e ringraziare, per la precisione e la sagacia con la quale hanno esplorato quel mondo, che diversamente sarebbe rimasto del tutto sconosciuto, al di sotto dei nostri piedi brianzoli.

Se cliccate su questo link (serve una buona ADSL), vi gustate pure il video della loro efficacissima esplorazione sotterranea. E scusateli, questi valenti sommozzatori, se tutto ciò vi sembrerà ancora poco, per il vostro esigente e raffinato palato brianzolo...

Postato da: brianzolitudine a 14:34 | link | commenti (4) |
olgiate molgora

giovedì, 15 maggio 2008

Brianza Wisteria Scient

 

Giocavo a pallone le calde sere

di maggio, per strada oppure nel prato

sottocasa, sui polpacci graffiato

dai rovi nell’erba alta, il sedere

coi ginocchi verde e un gonfio carniere

di vita da vivere a perdifiato

vicino a un terrazzo col pergolato

di glicine immenso e quasi da bere,

che forse due grappoli riesce ancora

a dare oggi a lucciole più virtuali

che mai, tra quei fiori che a tarda ora

si illuminano coi fari di ali

di falene e moscerini impazziti,

senza i maggiolini oramai spariti.

 

Quattro i profumi floreali di essenze autoctone che mi inebriano nel mese di maggio brianzolo: sono in sequenza temporale di fioritura il biancospino, la glicine, la robinia e il sambuco. Poi arriverà il fiore di tiglio, ma già saremo nel mese di giugno. Io sono davvero fortunato a non soffrire di allergie da pollini, perché quelli sono tutti profumi che mi rimandano a ricordi di gran lunga sepolti, quindi li sniffo come cocaina pura e quasi in trance, quando li sento nell’aria.

Sceglierne uno tra quei quattro è difficile, ma di certo il più pregnante e antico nella mia memoria è quello del fiore di glicine, per via di un immenso pergolato sul mio balcone di casa, sotto il quale mia madre da piccolo mi metteva a primavera inoltrata appena cominciava a fare calduccio. Quando lo odoro, quello del glicine è dunque un profumo che rimanda alle mie prime pappe nel seggiolone, ai primi momenti della vita, quelli per i quali il ricordo cosciente è pressochè cancellato.

Purtroppo quel vecchio glicine non c’è più a casa mia, nella sua enormità: ne avanza solo un tralcio, che fiorisce a malapena e che è sufficiente tuttavia a rimandarmi al buon tempo che fu, quando ogni maggio rivedo i suoi scarsi grappoli fioriti.

Mi accontento di ammirare le immense fioriture di glicini in casa d’altri, o quelle stupende fotografate da Marsala Florio. La cosa che mi piace dei glicini è il loro essere - pur nella loro bellezza rampante - piante selvatiche e infestanti, il che fa sì che la loro disordinata e profumata fioritura si trovi su vecchi ruderi di cascina, oppure a debordare incontrollata e prendere possesso dei muri di vecchie ville gaddesche, case padronali brianzole di primo novecento andate in malora per fallimento dei vecchi proprietari.

Case come questa, per esempio:

Oppure come questa sotto:

Preziosi davvero, i ricordi nati dei colori e dei profumi della pianta di glicine, che sono poi in sostanza tutto ciò che mi resta del maggio brianzolo di una volta.

Ad esempio, le lucciole e i maggiolini: chi mai li vede più? Io di maggiolini ne ho visto uno solitario la scorsa primavera, dopo decenni di scomparsa totale: incontrarlo non mi pareva vero, sembrava un miracolo.

Anche se ho accuratamente evitato di afferrarlo, come invece facevo da piccolo. Perché? perchè se quella bestiolina era riuscita a sopravvivere all’ondata di pesticidi e anticrittogamici somministrati alla Brianza negli ultimi quarant'anni, tale maggiolino aveva di certo un DNA più simile a quello di Alien, che a quello del pacifico insetto brianzolo quale una volta era.

Postato da: brianzolitudine a 06:15 | link | commenti (14) |

mercoledì, 07 maggio 2008

DOCG Brianza Saint

San Calimero Brianza_Patari

Fu un titano, Arialdo da Carimate,

colui che nel 1057

(contro un clero che pensava alle tette

e alle chiappe femminili, alle entrate

simoniache proficue, alle agiate

rendite ecclesiastiche infami e grette)

a Milano mise al muro, alle strette

il Guido Arcivescovo da Velate

creandogli contro la pataria,

movimento eretico ultracensore

moralizzatore al cubo, appoggiato

dal popolo minimo e dal papato

contro Enrico il Nero, l’imperatore

che a pezzi lo fece purtuttavia.

 

Poteva mai mancare un movimento eretico, fondato e capitanato da un degno Savonarola, nella sulfurea e fumigante Brianza del Basso Medioevo? No di certo. In quel secolo buio appena a valle dell’anno 1000, giusto giusto un millennio fa, con le prime istanze di indipendenza comunali dal giogo imperiale che avrebbero portato più tardi alla battaglia di Legnano (del di cui protagonista leghista, il brianzolo Alberto da Giussano, dovremo pur parlare prima o poi), rifulge luminosissima la figura di Araldo da Carimate (nato proprio lì o, si dice, nella vicina Cucciago).

La storia di Sant'Arialdo e del suo movimento ereticale è lunghetta, inizia come si è detto a Carimate dove egli nacque nel 1009 e finisce (assai male, come vedremo) a Carugo. Alfa e omega di una santità e di un’eresia entrambe di marca brianzola. Prendetevi un po’ di tempo, eventualmente stampatevi questa pagina e leggetevela mettetendovi comodi in poltrona, perché i nomi e i luoghi che dirò saranno tanti, ma garantisco ne varrà la pena ascoltare, perché la storia e il carattere di noi brianzoli (di quello che siamo oggi noi paolotti, in buona sostanza) hanno radici proprio in ciò che accadde mille anni fa e che vado or ora a raccontarvi.

Arialdo da Carimate (fu canonizzato Santo nel 1904, la sua festa cade il 27 giugno, giorno del suo martirio: per inciso unico Santo nel calendario di chiara origine brianzola) fu appunto il diacono brianzolo che nel 1057 fece sorgere da nulla il movimento dei Patari (da non confondersi coi Catari): una istanza pauperistica sviluppatasi in Brianza e nella diocesi di Milano nell XI secolo, per l'esigenza di una spinta moralizzatrice all’interno del clero.

Il nome Pàtari viene dall’insubre patèe, ovvero straccivendoli, e ciò ben rende l'origine di quel desiderio popolare dal basso di moralizzazione nel clero ufficiale milanese, che a quei tempi era orientato (a cominciare dal Vescovo Guido da Velate, come tra poco vedremo) alla simonia, al nicolaismo e al concubinaggio più sfrenato.

In sostanza Arialdo con la sua predicazione sosteneva che i preti non dovessero avere né concubine né mogli, mentre era prassi comune a quei tempi sostenere che sant’Ambrogio in persona avesse concesso al clero ambrosiano il diritto di matrimonio.

I contrasti fra basso clero, popolo e alto clero a Milano iniziarono nel 1045, quando fu appunto eletto arcivescovo Guido da Velate (1045–1071), che succedette a Ariberto da Intimiano, personaggio discusso, signore assoluto della città e dei territori che gli erano soggetti. La successione di Ariberto fu contrastata perché il nascente ceto medio cittadino iniziava a prendere coscienza di sé e la nobiltà minore cominciava a crescere d'importanza. Si sentiva l'esigenza di una spinta moralizzatrice all'interno del clero e di una maggiore uguaglianza tra i ceti sociali.

Il clero milanese aveva chiesto all'imperatore Enrico il Nero, che controllava le elezioni dei vescovi in tutto l'impero, di scegliere tra quattro candidati retti e onesti: Anselmo da Baggio, Landolfo Cotta, Attone e Arialdo da Carimate. Tuttavia, l'imperatore decise per Guido da Velate, noto per essere dedito al nicolaismo (Il termine nicolaismo, coniato da San Giovanni evangelista, tornò in auge nel Medioevo per indicare i religiosi che vivevano in concubinato, poiché sembra che gli appartenenti alla setta dei nicolaiti prendessero parte a numerosi riti sessuali di carattere orgiastico. Contro questa pratica, diffusa all'epoca, si scagliò appunto il movimento dei patarini).

Il movimento patarino, animato dalla predicazione di Arialdo, si sviluppò proprio per contrastare questo malcostume. Arialdo in particolare incitò con successo la popolazione a rifiutare i sacramenti dai sacerdoti corrotti e nicolaiti. Alcuni arrivarono a profanare i sacramenti, in ribellione ai preti simoniaci, i cui atti di consacrazione eucaristica non erano da essi considerati validi.

Per contrastare il movimento, l'imperatore nominò Anselmo da Baggio, già vescovo di Lucca, che scomunicò sia Arialdo da Carimate che Landolfo Cotta. Intanto, dopo la morte di papa Benedetto IX, anche il papato al suo interno sentiva il bisogno di riforme, e già con Leone IX furono condannati il concubinato e la simonia dei preti.

Forte di questi presupposti, Landolfo Cotta cercò di andare a Roma per esporre i problemi milanesi a papa Stefano X, ma i sicari dell'arcivescovo lo intercettarono nei pressi di Piacenza e quasi lo uccisero. Si salvò, ma morì nel 1061 per le conseguenze di un altro attentato. Anche Arialdo tentò la stessa strada, ma solo nel 1060 il pontefice successivo, Niccolò II, mandò a Milano una delegazione che, sotto il controllo di Pier Damiani e di Anselmo da Baggio, riportò la calma in città.

Dopo la morte di Landolfo Cotta nel 1061, Arialdo nominò capo militare dei patarini Erlembaldo Cotta, fratello di Landolfo. Nel 1066, quando il papa consegnò ad Erlembaldo il Gonfalone della Chiesa e due bolle di richiamo al clero milanese e di scomunica per Guido da Velate, questi si ribellò e nei durissimi scontri del 4 giugno furono feriti Erlembaldo, Arialdo e il Vescovo Guido medesimo, che a questo punto lanciò l’interdetto su Milano finché Arialdo da Carimate non ne fosse uscito.

Arialdo lasciò la città, ma fu catturato dagli uomini di Guido a Legnano e portato nel castello di Angera, sul Lago Maggiore (feudo della bella e crudele Olivia da Velate, nipote del Vescovo Guido) per essere qui torturato. Olivia lo fece consegnare a due sadici boia, due preti concubini crudelissimi, che lo sottoposero a un lento e orrendo martirio: gli mozzarono le orecchie, il naso, le labbra, gli tagliarono le mani (come si vede su quella immagine a fianco) e gli cavarono gli occhi.

Prima di essere ucciso, quei due torturatori in ultimo lo castrarono, così dileggiandolo: Ora sì che diventerai casto!. Arialdo morì dunque il 27 giugno 1066 tra atroci sofferenze, guadagnandosi con pieno merito la palma del martirio, come lo si può vedere raffigurato nel quadro iniziale (che si trova nella chiesa di San Calimero, a Milano).

Il corpo così orrendamente trucidato fu seppellito su un’isola del lago Maggiore; tuttavia qualche mese più tardi Erlembardo (ricordate? Il fratello di Landolfo Cotta) convinse i milanesi ad andare a recuperare la salma del martire, che già la fama nel milanese e nella Brianza venerava come santo ed eroe popolare.

Il culto di Arialdo divenne fortissimo per tutto l’XI e XII secolo, in Brianza e nel milanese. La pataria stessa, nei due secoli successivi alla morte del fondatore, sopravvisse nel territorio ma – come tutti i movimenti estremi – assunse caratteri così duri ed extraparlamentari, da diventare a poco a poco una vera eresia; così almeno fu vista dalle gerarchie ecclesiastiche ufficiali.

E cominciarono così le persecuzioni ai patarini: nel 1233 il frate inquisitore Leone da Perego scatenò una terribile fatwa, una vera e propria caccia al pataro; i patarini sopravvissuti dovettero fuggire da Milano e rifugiarsi là dove erano nati: in Brianza, a Carugo nel castello di Gattedo. Oggi Gattedo è una piccola cascina a nord del paese di Carugo, ma là allora si trovava un castello munitissimo, nel quale i patarini resistenti si asserragliarono. Leone fece mettere quella rocca sotto assedio e alla fine riuscì a conquistarla, passando a fil di spada tutti i patarini, compresi i due pàtari Vescovi che stavano con loro.

Tutti i loro corpi furono sepolti inizialmente proprio a Gattedo, ma dato che iniziò una ulteriore venerazione in situ di quelle vittime da parte dei brianzoli di Carugo, le autorità milanesi decisero di disseppellire i cadaveri degli eretici e disperderli. La stessa rocca di Gattedo fu rasa al suolo, per non lasciare alcuna traccia dell’eccidio. Finì dunque dopo due secoli, in quell’anno 1258, il movimento ereticale dei patarini.

Ma non è ancora finita. Vi chiederete ora: dove mai sono custodite le reliquie di Sant’Arialdo martire? Ebbene: il corpo di Arialdo, recuperato dai milanesi, fu inizialmente seppellito e venerato nella chiesa di San Celso e successivamente, nel 1099, fu trasferito nella chiesa di San Dionigi a Milano. Ma lì oggi non c’è più perché, quattro secoli dopo re Luigi XII di Francia, una volta conquistato il Granducato milanese, nel 1508 ridiscese appositamente a Milano.

Egli pretese da questa città la restituzione di tutte le reliquie di San Dionigi patrono di Francia, per portarle a Parigi nella Basilica di Saint Denis (la cosiddetta necropoli dei re di Francia, Basilica dove furono incoronati e sono sepolti i maggiori re delle dinastie francesi, a cominciare da Pipino il Breve, passando per Francesco I e poi tutti i Borboni, con buoni ultimi Maria Antonietta e Luigi XVI).

I Milanesi, indispettiti da questa pretesa dei vincitori che avevano posto fine alla Signoria del Ducato e che ora pretendevano le spoglie di un Santo veneratissimo (Dionigi per l'appunto), gli diedero in iscambio le reliquie del corpo di Arialdo, che riposava il sonno dei giusti proprio nella chiesa milanese di San Dionigi. Pertanto tutte (o almeno gran parte) le reliquie del corpo di Sant’Arialdo non sono più a Milano ma in Francia, nella chiesa dei re, e là venerate come quelle di San Dionigi primo vescovo di Parigi e patrono di Francia.

Ecco qui a fianco la foto della teca con le sue reliquie, nel centro di quella basilica parigina, in quella basilica-necropoli regale francese (se ne potrebbe da brianzoli chiedere la restituzione delle spoglie, nevvero cari amici carimatesi e cucciaghesi?).

L’ho fatta davvero lunga, ma la storia meritava e conveniva esplicitarla per intero. Perché? Perchè ora vi tocca un’ultima mia riflessione e proposta che riguarda la Brianza tota: Sant’Arialdo martire, unico brianzolo Santo di calendario (fu come dicevo sopra messo nel Canone dei Santi nell'anno 1904), potrebbe davvero degnamente diventare il Santo Patrono della Brianza, sia per meriti geografici che per meriti caratteriali: di tenacia, di testardaggine e gagliardia che lo rendono molto simile – scusate se mi lodo, ma in questo caso di certo non mi imbrodo – al carattere di noi brianzoli.

Detto questo, perché non ci diamo da fare presso le autorità ecclesiastiche e civili affinché ciò avvenga? Tra l’altro, proprio nel 2009 si celebrerà il millennio della nascita di Sant'Arialdo, e guarda caso contestualmente alla nascita della Provincia di Monza e della Brianza. Varrebbe la pena fare di tutto affinché per quell'anno Sant’Arialdo diventi il Santo Patrono della nostra terra, magari con celebrazione ufficiale da parte di tre Vescovi delle tre Provincie di Monza, Lecco e Como (nel Comune di Carimate o di Cucciago, o a Monza, poco importa dove), sulle quali la Brianza insiste geograficamente.

Che ne pensate cari amici dell’Associazione Culturale Brianze, non sarebbe una splendida idea, quella di celebrare così il millennio dalla nascita di questo tostissimo Santo, diacono e martire brianzolo? Possiamo dirla con Obama:Yes, we can?

Postato da: brianzolitudine a 21:49 | link | commenti (8) |
carugo, cucciago, carimate

venerdì, 02 maggio 2008

November (a Cambiagh)

Cambiago

De gèmm par l’aria, e splend el sô inscì ciàr

che te recèrchet l'arbicocch in fior

e dej spinbianch quell'odorin amar

sentet in coeur...

Ma secch l'è el brugn, e i piant ormai stecchìi

cont negher tramm disegnen el seren

e voeuj l'è el ciel, e cav al pè sonant

pàr el terren.

Silenzi, intorna: domà a on boff de vent

lontan el rìva, da giardinn e ort

de frasch on crodà fragil, ne l'estaa

freggia, dej mort.

 

Il 1° maggio mastro Marsala Florio ha lavorato anziché riposare, e i risultati si vedono, in quella foto de soravia. Tanti miei post hanno un credito di ispirazione verso quei suoi scatti d’autore, e credo che anche questo non sarà da meno.

Era da tanto che volevo cimentarmi in una traduzione di Pascoli in lengua, ma mi mancava sempre la contestualizzazione brianzola. Oggi grazie alle foto di Marsala ho capito che – mentre Leopardi aveva necessariamente bisogno di una collocazione collinare – Giovanni Pascoli sia da noi collocabile nella cosiddetta Brianza bassa, pianeggiante, in quell’area ex-rurale che gravita intorno al canale Villoresi.

Per ragioni familiari frequento spesso la Romagna nella zona di San Mauro Pascoli, appena oltre Cesena e sotto Savignano al Rubicone: è un paesino a 10 chilometri dal mare, una terra assai fertile solcata di fossi e coltivata a prati, frutteti e verdure varie. In quella piana il mare non si vede proprio. Ecco, in quella atmosfera ritrovo quelle foto marsaliane scattate dalle parti del Rio Vallone.

E’ giusto allora immaginare Giovanni Pascoli proprio da quelle parti insubre, in quella casella di Brianza posizionata in basso a sinistra: a Cambiago. Un paese a un tiro di schioppo dall’autostrada A4, quasi più milanese che monzese, eppure (chissà perché), anche là a Cambiago la brianzolitudine si sente tutta. Sarà l’orgoglio patriottico tipico delle terre di confine.

I cambiaghesi vivono in una realtà rurale a un attimo dalla tentacolare Milano, circondati da una campagna fertile e con quel parco del Rio Vallone che sa ancora dare emozioni di cascina, di Brianza che c’era una volta. E nella fioritura di biancospini che si vede tutt'intorno in queste prime ore di maggio, appunto nella Brianza bassa, il profumo dolceamaro di quella pianta deliziosa mi ha portato come una madeline a ricordare i versi del Novembre scritto più genuino Pascoli romagnolo.

Giudicate voi, se la traduzione abbia mantenuto almeno un poco di quella atmosfera magica e surreale dei versi originali. E se l’esercizio vi garba, posso andare avanti con altre cose pascoliane (non ce ne sono invero tantissime, sue di rimarchevoli, ma quelle che lo sono meritano la medaglia d’oro). Allora, vado?

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sabato, 26 aprile 2008

Brianza Sugar

Papaveri bianchi per medicina

oppure papaveri afgani d’oppio

dal succo potente, che vale doppio,

su quelle colture d’alta collina

a Magreglio? In quella nostrana Cina

prima che nascesse il motore a scoppio

li si coltivò per crisi d’accoppio

di masculi, estraendo papaverina

ed oli essenziali: un Viagra d’antan

da spalmare sulla verga ammainata,

massaggiandola con cura pian

piano appena prima del caldi amplessi,

in quel Secolo dei Lumi pomata

efficace contro i mosci insuccessi.

 

Brown Sugar, how comes you taste so good? Così cantava e canta tuttora il grande vecchio Mick Jagger front-man leader de I Sàss Borlànt (The Rolling Stones), magnificando metaforicamente una nota sostanza iniettabile, ottenuta dal fiore di papavero.

E immaginate la mia sorpresa nello scoprire che lassù nell’Afghanistan de noantri, ovvero sulle colture quasi Brianzole d’alta collina, appena sopra Canzo e Asso e precisamente nel Comune di Magreglio, nel settecentesco Secolo dei Lumi era diffusa la coltivazione del papavero bianco, fiore dal quale si ricavava un olio essenziale ricco di alcaloidi e papaverina, utile per quella guarigione, quel viril risanamento che i libertini pariniani giovin signori del tempo (alacri e assai attivi in liasons dangereux con le più disinibite contessine) potevano necessitare in quel luminoso, smutandato e libero secolo diciottesimo.

La notizia di tale coltura (poi azzerata nel più morigerato secolo successivo) è riportata nel “Saggio di storia naturale del lago di Como” del naturalista Domenico Mandelli (o Vandelli) della corte del duca di Modena, un Saggio pubblicato nel 1763. La buonanima del Mandelli su quelle immortali pagine ci ricorda come appena oltre la Brianza, a Magreglio appunto, si coltivava già nel 1760 una varietà di papavero bianco dal quale si estraevano vari olii essenziali dalle notevoli proprietà medicinali, narcotizzanti o stimolanti secondo la necessità del paziente.

Non solo. L'afgano-modenese Mandelli si prese anche la briga di suggerire ai più sempliciotti brianzoli l’affiancamento o la sostituzione del cultivar papavero bianco con il più potente e redditizio papavero da oppio (sic!). Che dire? Incredibile questo Mandelli, altro che gli odierni pusher. Davvero bei tempi di spaccio il Secolo dei Lumi, mica come i tempi odierni, dove se appena tieni una innocente pianta di canapa sul balcone di casa rischi la denuncia.

Purtroppo non so dirvi se qualche paisan del luogo abbia poi aderito all'opportunità di trasformare la Valassina in una raffineria d'oppio. Ma visto che ormai vi ho portato su a Magreglio, in questa gita tra quei paradisi naturali e artificiali appena extra moenia brianzole (Magreglio non è Brianza, a stretto rigore), come non ricordarvi di visitare il notissimo Santuario della Madonna del Ghisallo? E’ una simpatica chiesetta del 1623, dove è venerata una effige della Madonna del Latte (protettrice delle lattanti), datata  XVI secolo.

Dal 1949 la Madonna del Ghisallo, grazie all'azione efficace dell'allora parroco Don Ermelindo Viganò, è stata proclamata Patrona dei ciclisti. Quale ciclista brianzolo o milanese non si è fatto la sua bella aggressiva arrampicata da grimpeur, boccheggiando in apnea su su fino al colmo del Ghisallo? In quella chiesetta sono conservati i cimeli, soprattutto maglie e biciclette dei principali campioni delle due ruote a pedali, in attesa di trovare una più degna sistemazione nell'erigendo Museo del ciclismo.

Sempre a Magreglio, vi segnalo poi che dal belvedere Romeo (dal nome del Senatore del Regno On. Romeo, quello che rilevò negli anni ’20 l’azienda automobilistica Alfa di Arese e la fece diventare la mitica Alfa Romeo che conosciamo) si può ammirare un panorama mozzafiato che comprende le Grigne, le montagne che le fanno corona, il ramo del lago di Lecco, il centro e l'alto lago su quasi fino a Colico.

Inoltre non dimenticate che a Magreglio nasce il Lambro, il fiume brianzolo per antonomasia: passando per i Castagneti e risalendo il torrente Lambro si arriva alla Menaresta, fonte del fiume stesso, un sifone naturale dal quale periodicamente sgorga acqua.

Salendo l'erta di fronte alla Menaresta si entra nel Boeucc di Pegor, una serie di grotte comunicanti con stalagmiti (esattamente come in Afghanistan, che vi dicevo?). Risalendo verso i Castagneti è possibile osservare al confine del giardino di una villa il Masso Avello rimasto a Magreglio, utilizzato come vasca; poi più avanti, seguendo l'antica strada dei Vitt, si transita presso il Bus de la Stria (la grotta della strega), dove sono stati trovati reperti preistorici.

Infine, dal passo del Ghisallo si sale ancora più su verso Piano Rancio e la pista di sci di Pian Lavena, proseguendo ancora oltre si risale fino alle piste da sci del monte San Primo. Per chi volesse satollarsi, segnalo il mitico ristorante Chalet Gabriele, dove si mangia che è un piacere; in particolare la polenta taragna e il Tocc, una polenta locale con stratosferiche dosi di burro e formaggio, che si mangia fumante attingendola da una pentolona comune.

Dalla sala ristorante di quello Chalet, la vista sui due rami del Lago di Como che si riuniscono in punta a Bellagio è semplicemente da urlo.

Postato da: brianzolitudine a 21:55 | link | commenti (9) |
extra moenia

mercoledì, 23 aprile 2008

Brianza Achtung Banditen!

Piazza_Monticello_Brianza

Questa piazza Arturo De-Capitani,

luogo più centrale del mio paese

natio, è dedicata a un uomo che prese

parte (pur minore) coi partigiani

locali alla guerra contro gli ariani

nazisti, alla Liberazione: arnese

ignoto ormai oggi, quasi un cinese

episodio d’altri tempi lontani,

non più nostra devastata memoria;

morì il ventisei aprile dell’anno

millenovecentoquarantacinque,

cadde equiparato con chi delinque

dai fascisti e invece (adesso lo sanno

in pochi) era complice della Storia.

 

Andiamo ormai verso i settant’anni dall’insurrezione che ha messo fine alla dittatura fascista, ma la memoria sempre più labile non aiuta a dare senso a quel momento fondante della nostra Repubblica.

E ogni giorno che passa i partigiani sempre più rischiano di essere ricordati come lo erano all’inizio, sui cartelli nazisti messi agli angoli delle strade dei territori del nord Italia occupato: achtung banditen!

Per questo la memoria è essenziale. Perchè la mancanza di memoria storica rischia di equiparare il giusto e l’ingiusto, il buono ed il malvagio, il relativismo e l'ansia di giustificazionismo (per non dire di peggio) rischiano di avvilire chi ha dato la vita per la libertà che oggi godiamo (e che forse non ci meritiamo, quando dimentichiamo le lotte di chi ha resistito).

Questo senza togliere il rispetto a chi – in buona fede e per malinteso senso dell’onore – decise dopo l’8 settembre 1943 di schierarsi dalla parte della Repubblica di Salò, ma occorre ricordare meritatamente chi col proprio sacrificio ha fatto in modo che di queste cose, oggi, si possa liberamente discutere, magari anche con opinioni diverse.

Il territorio della Brianza, proprio nei giorni decisivi di fine aprile 1945, fu insanguinato dalla morte di decine di partigiani insorti, molti dei quali sulla strada statale da Bergamo a Como, ove furono ammazzati da una brigata di fascisti in fuga verso il confine svizzero.

DecapitaniALa piazza del mio paese - già nel primissimo dopoguerra - fu intitolata a un partigiano tra questi caduti: Arturo De Capitani di Olgiate Molgora, che morì appunto ucciso da una brigata di repubblichini che fuggiva verso Como, nel tratto di strada tra Rovagnate e Lambrugo, sul viale alberato della statale Como-Bergamo la notte del 26 aprile 1945.

Molti ancora pensano che la liberazione del Nord Italia si sia conclusa il 25 aprile 1945, in realtà quella data fu solo l’inizio dell’insurrezione, che scoppiò quel giorno a Milano e proseguì nei giorni successivi (ricordiamo che Mussolini fu giustiziato a Dongo solo nella giornata del 28 aprile).

Oggi in auto si va di fretta e distratti, in quel punto esatto dove De Capitani e altri partigiani furono uccisi nell'agguato, e si cammina sulla piazza del mio paese senza nemmeno alzare gli occhi a quella lapide annerita, quasi illeggibile: ben pochi sanno, ricordano chi sia quell'Arturo De Capitani cui la piazza è dedicata. Trentacinque in tutto furono i morti - combattenti nella Brigata Puecher, più sotto i loro nomi e le foto - che la Brianza ebbe a contare al termine dell’insurrezione, soprattutto in quell'attentato nella notte del 26 aprile. Molti di questi caduti riposano nel cimitero di Cremella.

Le parole servono poco dopo così tanti anni, ma almeno il ricordo dei loro nomi e dei loro volti credo sia giusto lasciarlo, su queste pagine dedicate alla brianzolitudine.

Tutti nomi importanti a modo loro, quelli di quei trentacinque brianzoli partigiani morti che hanno contribuito a fare la Storia del nostro Paese; credo meritino di essere segnalati i nomi dei tre più giovani, di soli 18 anni (una età nella quale oggi si passa quasi più tempo a cazzeggiare col cellulare che a pensare): Enrico Stellari di Erba, Ugo Fumagalli e Alessandro Sironi, questi due ultimi di Cremella.

L’immagine di Alessandro Sironi, in particolare, mi ha molto colpito. Guardatelo più sotto, in quella fotografia sbiadita: pare il viso di un bambino ed era in effetti appena più di un ragazzo, anche lui morto per la libertà dell'Italia.

Credits: www.brianzapopolare.it

 

BonacinaLLUIGI BONACINA
anni 22
di Nibionno
W Rovagnate

ColomboGGIUSEPPE COLOMBO
anni 29
di C. Masnaga
W Bulciago

ContiAANGELO CONTI
anni 22
di Nibionno
W Bulciago

ContiLLUIGI CONTI
anni 41
di Monguzzo
W Nibionno

ContiMMARIO CONTI
anni 29
di Molteno
W Rovagnate

CrippaFFIORENZO CRIPPA
anni 19
di Cremella
W Rovagnate

DecapitaniAARTURO DE CAPITANI
anni 24
di Calco
W Rovagnate

DonghiAATTILIO DONGHI
anni 21
di Cassago
W Bulciago

FerrariDDANTE FERRARI
anni 32
di Torrile